Verità relativa.

Padre Guido Mattiussi




Quella stessa radice, che dal soggetto, se non in tutto, almeno in parte (impossibile a determinare),è determinata la conoscenza a ciò che naturalmente sì attribuisce all' oggetto, produce un altro frutto avvelenato: questo è che la verità dei nostri giudizi, anche ottimi e da tutti accolti come certissimi, non è da reputarsi assoluta, realmente importando conformità della mente con le cose ; ma è da prendere soltanto come relativa, per essere tal cognizione la migliore ora possibile al conoscente, secondo le disposizioni di lui e secondo le circostanze. Onde pur viene che, mutate le condizioni, il giudizio sarà mutato, e sarà migliore o più vicino alla realtà, se, come giova sperare, c'è stato movimento in meglio.


Così ì nuovi maestri si credono in diritto di compatire gli antichi, i quali nella loro bonarietà consentirono in quella definizione ; Veritas est adaequatio intellectus et rei» Poveri vecchi ! s'immaginavano di riuscire ad adeguar col pensiero l'entità delle cose.
Come se sapessimo tutto quello che nella realtà si contiene ! Di fatto non sappiamo il tutto di niente, solo a stento ne scopriamo una piccola parte. E assai,dicono ì moderni, che la nostra scienza sì avvicini, quanto più le è concesso, alla natura : non istiamo mai fermi, e se nel moto ci allontaniamo dal termine a cui dovremmo tendere, ossia dalla reale costituzione, andiamo in errore ; se ci avviciniamo a quel termine, possediamo il vero nel modo a noi possibile. Dunque la verità è un avvicinarsi con la mente alla realtà dele cose. — E così dicendo, credono d'essere acuti, d'aver confutato i vecchi, d' aver portato una nuova luce al mondo.
Senonchè verba sapieyitium quasi davi in altum defixi (Eccli. XII, 11), ha detto il Savio, e invano i fanciulli s'erigono sulla punta dei piedi per giungere ad afferrarli e a strapparli. Quell'antica nozione dela verità, espressione esatta d'un pensiero comune a tutti gli uomini, resterà ferma per chiunque l'avrà capita. Nessuno mai intese che quell' adequazione importasse esaurimento del conoscibile ; nessuno pensò che dovesse dirsi vero l'intelletto, solo quando si fosse rappresentato
totalmente la cosa qual è in se stessa, non lasciandone alcuna parte inesplorata. In questo senso chi ha mai la verità su questa terra ? E nemeno in cielo i comprensori s'adeguano all' Essenza divina, ne arrivano a sapere tutto ciò che nella creatura è possibile, per ordine all' infinita virtù di Dio. Mai non s'è pensato a pretender questo. Ma l'occhio che vede il color di una mela, non ne ha forse sincera visione,
perchè non ne percepisce il sapore ? E il matemático che conosce molte proprietà del triedro, non ne há vera certezza, perchè non le sa tutte ? E il metafisico che dice Iddio atto purissimo, ove ripugna qualsiasi distinzione di realtà assoluta ed ogni determinazione aggiunta air Essere sussistente, non ne sa forse nulla, o non dice il vero, perchè ignora la trinità dele persone ?
S'attenda adunque che l'intelletto riceve in sé l'oggetto secondo un'immagine che se ne forma, non tale che, esplicitamente almeno, sempre dimostri tutto quello che trovasi nella realtà ; ma per astrazione (astrazione negativa, come quella dell'occhio che vede il colore e non attinge il gusto) prende una ragione intelligibile, senza prenderne ulteriori determinazioni, o senza toccare altre ragioni, che forse nello stesso soggetto s' adunano con quella. E formandosi tale immagine incompiuta della realtà, non giudica d'avere in sé tutto quello che è nella cosa, ma sa di avere una ragione formale che pur nella cosa si avvera.
Così posso accorgermi alla riproduzione vitale che um soggetto vegeta, e dubitare se abbia pur la vita sensitiva.
Non v' è bisogno di insistere sopra una dottrina sì manifesta.
Potrà dunque una conoscenza dirsi relativa ala perfezione d' un intelligente, giudicando, o che sai proporzionata alla facoltà del medesimo, o che sia poco svolta o manchevole in chi dovrebbe averla più ampia, o che sia dubbiosa ove dovrebbe esser certa. Ma la verità di ciascun giudizio deve assolutamente giudicarsi non dalle disposizioni del soggetto, bensì dalla conformità con l'oggetto. Altrimenti direte vera la nozione astronomica d' un medievale, che credeva incorruttibili i corpi celesti : pel suo tempo era dotto !
Direte vero il giudizio d'un rustico che pensando il sole lontano, lo stimi vasto come il lago di Garda: si vede che quel rustico ha ingegno, ma non basta.
La verità spetta, come è noto, ai giudizi, nei quali comparando due termini, si dice o si nega che l'uno è l'altro. Dei due termini, il primo corrisponde all'oggetto preso materialmente e interamente qual è in sé, designandolo col nome, mostrandolo quasi a dito, ma senza assegnarne ancora la propria ragione o l'entitativa costituzione. Il secondo termine, o il predicato, corrisponde ad una forma, che, più o meno compiutamente, definisce l'essenza o qualunque modo di essere della cosa prima designata. Poniamo che il giudizio sia affermativo. Esso dice che cotesta forma o tal modo di essere è in quella cosa. C'è realmente ? Il giudizio è vero, e per esso la mente s' adegua ala cosa, precisamente per ciò che all'atto di essere logico,
espresso nel giudizio, corrisponde l'atto di essere reale nell'oggetto. Ma al contrario, non v' è questa corrispondenza ? E il giudizio è falso ; né é scusata la falsità dalla pochezza dell' intelletto o dalle condizioni
infelici di chi conosce : non ci sarà colpa, ma non c'è verità. Questa dunque c'è o non c'è assolutamente, non perché la conoscenza sia l' ottima che il conoscente nelle sue condizioni può avere: neppure perchè la rappresentazione mentale esaurisca l'oggetto, qual è in sé con tutte le sue determinazioni ; ma solo perchè nelle cose è di fatto quella determinazione che nelle cose stesse è conosciuta e n'è affermata.
E chi mai, se non per incredibile dimenticanza, potè attribuire agli Scolastici di aver ignorato la limitazione, di cui dicevamo ? Chi legge una recente esposizione della filosofia dell'immanenza, può credere di trovarci il giudizio che
« quella classica filosofia,
« per l'esigenza del suo metodo, per la vastità dele
« proprie aspirazioni, tendeva ad esaurire l' ordine
« completo del pensiero e della realtà, a pronunciarsi
« categoricamente sulla verità di ogni natura, a pre-
« porre o sostituire la teoria alla pratica, e trovare
« in se stessa una specie di sufficienza divina. Il suo
< dissimulato assioma è la divinità della ragione, la
« ricchezza inesauribile della nostra conoscenza spe-
« culativa, capace di consumare in noi stessi l'opera
« del divino » (^). Per ribattere una sì inaspettata calunnia, basterebbe appellarci a qualunque novizio delle nostre scuole, domandargli come si distinguono Vapprensione e la comprensione. Posso io comprendert con la mano una noce, che nascondo nel pugno, non posso ch^ prendere per un' estremità un tavolo. Così comprendo quella cosa che ho tutta intera secondo ogni sua  conoscibilità nella mia mente ; apprendo quella che in qualche modo conosco, benché il mio pensiero resti lungi dal saper tutto quello che se ne può sapere. E il novizio filosofo ci saprà dire che noi non comprendiamo nessuna cosa ; che la sostanza ci è per sé nascosta, ma che la conosciamo indirettamente, in quanto si manifesta per gli accidenti ; che il nostro intelletto é l'infimo fra tutti i possibili intelletti, come quello che non ha congenito verun atto, nemmeno la conoscenza di se stesso ; ch'esso non può levarsi con propria rappresentazione più su delle cose sensibili, ove peraltro tanto rimane di oscuro e d'inaccessibile ; che sopra di noi l'intelligibile si stende indefinitamente, anche semza mai giugnere all'assoluto atto infinito eh' é Iddio ; che di tutte queste cose più alte non abbiamo altri concetti che per remota analogia ; e quanto a Dio stesso, il meglio che ne sappiamo dire è questo, eh' Egli non è come noi possiamo concepirlo ; che infine è celebre fra noi la sentenza del grande Aristotele : Alle cose per intrinseca intelligibilità in sé manifestissime il nostro intelletto si porta, come V occhio del pipistrello al lume del sole.
E il novizio filosofo avrà confutato quella calunnia, che pareva impossibile a scrivere. Che se l' avversario pretende essere stato un far divina la ragione l'attribuirle potestà di conoscere com certezza immutabile gli oggetti commensurati alla sua virtù, o di sorgere dagli effetti manifesti all' affermazione d' una prima Causa, malamente egli rivolge in accusa quello che è necessario diritto di natura : è divina la
ragione, in quanto partecipa una scintilla della luce di Dio, in quanto è fatta ad immagine del Creatore, in quanto è capace di attingere dapertutto la ragion di ente, di astrarla dalle sue determinazioni, e di sapere che, se non è tutta chimerica, dee necessariamente avverarsi in un primo Ente infinito. È anche divina la ragione, in quanto obbedienzialmente è capace di essere elevata ad intuire quel medesimo Ente assoluto ; e in ogni modo, signatum est super nos lumen vultus ini Domine. Così la ragione è divina ; e anche i pagani
sentirono di dover dire l'anima nostra divinae particulam Aurae. Or tutto questo perirebbe, se gli atti primi e naturalmente necessari della ragione non fossero infallibili e assolutamente veri. Veri, cioè conformi alla realtà dell' ente obiettivo ; infallibili, e però non mutabili per veruna contingenza. Adunque è vanità irragionevole il parlare di verità relativa. 


Fonte: Il Veleno Kantiano, Padre Guido Mattiussi

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