LA CIVILTÀ CATTOLICA, 1928: EMANUELE FILIBERTO DI SAVOIA NEL IV CENTENARIO DELLA NASCITA
La Civiltà Cattolica
VOL. IV, 1928
La coincidenza della morte del Machiavelli con la nascita di Emanuele Filiberto, non è senza ammaestramento. Èpiena di alto significato l'antitesi rappresentata dai due personaggi, l'uno dei quali scompare dalla scena del mondo, amareggiato e deluso, mentre l'altro sta per affacciarsi alla vita, ancora circondata di mistero, in quegli anni appunto che possiamo considerare come la linea di distacco tra l'età del Rinascimento e la Riforma cattolica.
Machiavelli ed Emanuele Filiberto : chi può meglio personificare i due volti diversi, le due correnti opposte che si contesero il dominio del secolo XVI ? Avrebbe mai immaginato il Segretario Fiorentino che proprio quel secolo, al quale aveva auspicato un Principe, in sostanza, pagano nel pensiero e nell'opera, avrebbe invece veduto il monarca che più si avvicinò all'ideale del perfetto principe cristiano ?
Forse innanzi al nobile e forte rampollo sabaudo, non meno zelante degli interessi religiosi dei suoi sudditi che instancabile restauratore della monarchia avita, egli stesso, il freddo adoratore della forza, sarebbe stato vinto d'ammirazione. Infatti, ordine, disciplina, valore militare, sacrifizio del privato interesse al bene della patria, sapienza di governo, e tutto ciò prosperato da una fortuna seconda : non era ciò che egli avrebbe voluto nel reggitore di popoli, quale vagheggiava nella sua mente ?
Ma, tuttavia, quale abisso morale tra il pio Filiberto e un Cesare Borgia. L'antitesi profonda esistente nei principii informatori della loro politica, e l'antitesi non meno stridente dell'opera loro nell'esecuzione e nell'esito , avrebbe forse ispirato il Machiavelli a sopprimere quel famoso capitolo diciottesimo del Principe, ov'è distillato tutto il veleno della sua spregiudicata filosofia politica, e a riconoscere che non l'astuzia, la violenza e la frode, ma un'alta concezione della morale, della religione e del diritto, è la sola virtù capace di temprare l'animo di un Principe perfetto, e di procacciargli titoli di gloria vera e imperitura.
Come il principe ideale del Machiavelli, Emanuele Filiberto va debitore della buona riuscita alla propria vigoria e prudenza.
La sua giovinezza aveva veduto la monarchia avita dibattersi tra la Francia e la Spagna, e l'infelice Carlo II, abbandonato dalla nobiltà feudale, ridotto in tal condizione di non poter impedire che la compagine dello stato andasse in frantumi sotto la prepotente invasione francese. Egli, il giovane principe, si presenta alla soglia della vita, scrive il prof. Caviglia, con un disegno ben definito nella mente e un proposito fermo nell'animo, di valersi del proprio valore per infrangere la rete di indolenza e di egoismo che soffocava i destini di casa sua.
Nel 1541 si recava a Worms a consegnare nelle mani dell'Imperatore un memoriale per rivendicare i diritti conculcati; e ancorchè non ottenesse il bramato effetto , non si smarrisce. « Io spero nel Creatore che vorrà consolarvi in breve », scriveva da Worms al padre ; e vedendo che solo qualche impresa ardita ed eroica avrebbe potuto riconquistare lo Stato perduto, offre la propria spada a Carlo V, risoluto di acquistare « benemerenze tali verso l'Imperatore, combattendo per lui con fedeltà ed onore, che questi sarebbe stato costretto a dare una soluzione definitiva per i domini sabaudi » [1].
La sua gloria di combattente incomincia sui campi sanguinosi di Ingoldstadt, e giunge ai supremi fastigi nel 1557, assicurando al principe la fama di primo capitano dell'età sua, come capo dell'esercito imperiale nella storica battaglia di San Quintino. La sorte del principato Sabaudo ormai è decisa. Emanuele Filiberto appena quattro anni innanzi aveva ereditato il trono paterno. Ma, « quale trono ! osserva il Segre -. Le terre oltremontane dal 1536 erano annesse alla Francia, ed al di qua delle Alpi sole Vercelli, Ivrea, la valle d'Aosta, Cuneo, Fossano, Asti, ed in Provenza Nizza rimanevano alla corona sabauda, quali rottami dispersi d'un immenso naufragio» [2]. Coi patti di Cateau- Cambrésis egli riacquistava il diritto e il possesso di tutti i dominii, tranne alcune piazze, rimaste temporaneamente in mano alla Francia (Torino, Chivasso, Villanova d'Asti, Chieri e Pinerolo) ed alla Spagna (Asti e Vercelli).
Una splendida e dotta miscellanea storica, pubblicata dal «Comitato promotore delle commemorazioni del quarto Centenario della nascita di Emanuele Filiberto » , mette in rilievo gli alti meriti che questi si conquistò nell'esercizio del non lungo ma attivissimo principato [3] . Egli si accinse alla ricostruzione morale, economica, militare degli Stati, rivelando qualità amministrative, e abilità e senno politico non inferiori al valore strategico e militare che aveva dimostrato sui campi di battaglia. La sua politica estera, illustrata in una magistrale monografia dal Segre, gli meritò il titolo che gli fu attribuito di « testa di ferro» : giacchè con perseveranza e sforzi incessanti, riuscì non solo a ricomporre nella sua integrità l'avito ducato, col ricupero dei possessi rimasti alla Francia e alla Spagna ; ma lo estese con l'acquisto del contado di Tenda, del Maro e di Oneglia, e può aggiungersi con l'occupazione di Saluzzo : poichè quando egli si spense, era di fatto compiuta, e solo occorreva la formula opportuna per la rinunzia definitiva da parte della Francia [4] .
La nota che spicca su tutte le altre è la profonda religiosità di Emanuele Filiberto. Nel cuore del degno discepolo di mons. di Seyssel, il grande Arcivescovo di Torino e Consigliere di Stato di Carlo II , di cui il Rev. Caviglia ha illustrato recentemente la vita con una bella ed ampia monografia, edita a cura della Deputazione di Storia Patria risplende di una medesima luce l'amore della religione e l'amore della patria .
Questo vivo sentimento di pietà, come lo sorresse tra le dure traversie della sua giovinezza, così gli fu di lume e di guida nelle difficili circostanze del principato. Ben tre delle quattordici monografie contenute nella citata Miscellanea, sono dedicate a mettere in evidenza, sotto diversi aspetti, questo lato dell'alta personalità storica di Emanuele Filiberto. Il Sac. Caviglia, in due articoli distinti , tratta della sua prima educazione cristiana ; e della viva, schietta, profonda fede che spiccò in tutta la sua vita, come in privato, così nelle pubbliche manifestazioni. E con ragione afferma che « tutta la sua opera d'instaurazione e difesa religiosa, proveniva e s'informava da uno spirito pienamente convinto, e da un sentimento sinceramente devoto » [5].
Siamo in un periodo in cui gli Stati cattolici correvano al riparo contro l'espansione dell'eresia, la quale, come il Segre riconosce, « minacciava ad un tempo la religione e l'organismo politico degli Stati esistenti» [6]. Il Piemonte aveva prestato il fianco ai colpi dell'eresia più di tutti gli altri stati italiani. I Valdesi delle valli di Pinerolo avevano costituita una salda compagine, resistente a tutti gli sforzi fatti per ridurli all'unità della fede. La loro esistenza rendeva più agevole l'opera dei Calvinisti, i quali, sotto il dominio francese, avevano potuto fare numerosi proseliti nei territorii di Cuneo e di Mondovì, e penetrare dalla Provenza nel Nizzardo [7].
L'azione svolta da Emanuele Filiberto affin di arginare la piena invadente dell'eresia, è largamente discussa nella « miscellanea commemorativa » . Ma i diversi autori che, direttamente o indirettamente ne trattano, non muovono dalle stesse premesse, non la considerano dallo stesso « punto di vista » , e perciò non ne danno un uguale giudizio. Secondo il Segre, il Duca « fervente, ma non fanatico cattolico, pur aderendo ai principii della controriforma, non intese applicarli se non in quanto l'eresia rappresentava un pericolo alla tranquillità dello stato» [8] . Secondo il Patrucco , egli si sarebbe, anzi, atteggiato a salvatore dei Valdesi « dall'imperversare della reazione cattolica » [9]. Viceversa lo stesso sen. Ruffini ascrive a gran merito di Emanuele Filiberto l'impegno e lo zelo per sostenere e attuare l'opera della riforma cattolica. Egli crede non potersi negare « che le radicali riforme disciplinari decretate dal Concilio di Trento, giungessero in buon punto quanto alla Chiesa piemontese ed al suo clero. Erano semplicemente provvidenziali ! » [10] . Motivi di fede, e non solo politici, secondo il giudizio più completo e oggettivo del Rev. Caviglia, animarono il re, sia quando nel 1559, con la nota lettera da Gand al Collegno, s'impegnava verso la Santa Sede ad estirpare l'eresia ; sia quando esprimeva la ferma risoluzione di voler « ridurre in sua mano la sentina d'Europa, Ginevra, ricettacolo d'ogni lordura » , e svellere dalle sue provincie sin le radici dell'eresia, che come Principe cristiano non poteva tollerare [11].
Al Principe era talmente a cuore la ristaurazione dei costumi e della vita cristiana dei sudditi, da non trascurare mezzo alcuno a tutelare la dignità del culto, il rispetto della religione, l'educazione e l'istruzione cristiana, come dimostrano le tante disposizioni che emanò a tale scopo, piene di sentimento cristiano e di sapienza politica.
Per il medesimo fine egli aiutò e protesse la Compagnia di San Paolo, sorta in quel tempo e fiorente tuttora, e la Compagnia di Gesù. Questa, sotto il governo di Emanuele Filiberto, esercitò una particolare efficacia sia nei sacri ministeri, sia nell'educazione della gioventù nei Collegi ad essa affidati dal Principe, sia con l'assistenza delle Associazioni e Corporazioni dei vari ceti professionali, « prima fra tutte la stessa Compagnia di S. Paolo che per lungo tempo da loro s'inspirò , prestandosi per le opere del laicato cristiano » [12] .
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Non risulta quando Filiberto abbia conosciuti i Gesuiti, verso i quali si mostrò di poi tanto benefico. Sembra che ciò sia avvenuto alcuni anni prima del suo ritorno in Piemonte. In una lettera del P. Gogordan al P. Laynez del 3 luglio 1559, si attesta che egli aveva «havuto gran conoscenza con M. Claudio Giaia in Alamagna, et di M. Pietro Fabro savoiano, et ch'el principe et un conte che sta con lui lo amavano molto » [13] . Appena ritornato nei suoi stati, troviamo al suo fianco Antonio Possevino ; e il P. Coudret dice che godeva presso di lui assai credito. « Audito eo multa facit, — scriveva egli ed è molto utile per la religione christiana in questa Corte» [14]. Dell'opera dei Gesuiti si servi Emanuele Filiberto anche nella lotta per l'estirpazione dell'eresia ; e di qui prende occasione il Patrucco per far ricadere tutta l'odiosità di qualche eccesso operatosi contro gli eretici, sopra l'Inquisizione e sopra i Gesuiti, specialmente sul P. Possevino e sul P. Laynez.
Di questi egli scrive così: « Il 7 luglio (1560) Emanuele Filiberto accolse l'offerta del P. Antonio Possevino, un mantovano, mandato a Nizza dal Generale dei Gesuiti con l'incarico di spinger il Duca ad estirpare l'eresia, uomo di grande dottrina, insinuante di modi, facile di parola, che dimostrava un certo tatto nel trattare certe questioni, tanto da guadagnarsi la simpatia della Corte ed un discreto benefizio ecclesiastico : l'abbazia commendatizia di S. Antonio di Fossano. Secondo lui, l'impresa valdese doveva essere molto facile , perchè riteneva che, con le armi e con i roghi, avrebbe imposto il terrore e sarebbe riuscito al suo scopo » [15] .
Non possiamo lasciar correre senza qualche osservazione tali gratuite affermazioni. Il Possevino non si trovava in Piemonte per la missione che qui si presume. Egli verso la fine del 1559 aveva interrotto il noviziato, solo due mesi dopo di averlo incominciato, per poter provvedere alle ristrettezze in cui si trovava la famiglia, e fare la necessaria rinunzia della commenda che aveva ottenuta non dal Duca, ma dal Card. Gonzaga, suo protettore, ancor prima di essere ammesso nella Compagnia. La rinunzia del benefizio ha una storia complicata, che il Sacchini racconta per minuto (4). Così stando le cose, egli nel 1560 non era ancora nè poteva considerarsi come gesuita, e nei carteggi del P. Laynez si trova chiamato comunemente col titolo di « commendatore » . Il P. Coudret si lamentava della condizione ambigua in cui il Possevino si trovava verso la Compagnia, perchè molti credevano che avesse rinunziato ad ogni aspirazione religiosa : «et il mondo che non sa - aggiungeva-la cosa come la stia, nè la buona intentione del Commendatore, se ne maraviglia » [17].
Quando il Duca di Savoia nel 1561 gli assegnò una pensione, il Polanco se ne rallegrava, pensando che così avrebbe avuto modo «di sovvenire alli parenti suoi, et de pagare li debiti, et conseguentemente di espedirsi delle cose secolari , et de seguitar la vocatione sua, etiam nell'esteriore» [18]. Non è quindi giusto attribuire ai gesuiti ciò che il Possevino faceva di iniziativa propria.
Resta a vedere se i metodi suggeriti dal Laynez fossero veramente le « armi » e i « roghi » , come pretende il Patrucco. Dalla biografia del Possevino, scritta dalla Sig.ra Karttunen [19] (la quale inesattamente considera fin da allora il dotto mantovano come membro della Compagnia), risulta al contrario che il Laynez consigliava di usare i mezzi persuasivi della predicazione e dell'istruzione religiosa. Inuna lettera che scrisse al Possevino il 7 settembre 1560, anche dopo che i mezzi pacifici si erano dimostrati inefficaci, egli loda bensì « il procedere con destrezza » ed osserva che l'esperienza aveva dimostrato aver « più aiutato la severità che la indulgenza » , ma conclude che « dee pur precedere la declaratione della verità » . E nel novembre di quello stesso anno scrisse al Vescovo di Ginevra per organizzare una grande missione nelle valli, da compiersi parte da gesuiti parte da preti secolari della diocesi gınevrina [20] . D'altro canto il P. Coudret, il quale faceva parte di questa missione inviata dal P. Laynez, ci fa sapere che il Duca non nutriva soverchia simpatia per questi metodi. « Sua Altezza non mostra particolar desiderio de' predicatori, se non in quanto che gli è persuaso dal Commendatore Possevino o dal Nunzio » [21]. Solo dopo riuscite infruttuose le industrie della carità evangelica, lo stesso P. Coudret si rivolgeva al P. Generale per chiedere se non fosse il caso di ricorrere a «qualche dimostratione di giustizia » [22].Ma siamo ben lontani da quelle repressioni in massa, alle quali si abbandonarono le milizie del Curtis e del Provana, specialmente sopra Campiglione e Fenile [23]. Quindi ci par chiaro che l'azione dei Gesuiti servi non ad accendere i roghi, ma a mitigare l'impulso bellicoso del Duca e dei suoi ministri.
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La politica ecclesiastica di Emanuele Filiberto è oggetto di una dotta dissertazione del sen. Ruffini. Esaminate le varie fasi delle relazioni tra Stato e Chiesa sotto i pontificati di Pio IV, Pio V e Gregorio XIII , egli conclude che si deve ad Emanuele Filiberto di avere stabilite definitivamente le direttive della politica e della legislazione sabauda in materia ecclesiastica, nella forma che si mantenne costante fino a Carlo Alberto , e non iscomparve del tutto nemmeno nella legislazione ecclesiastica del Governo italiano. Questa politica attinge le sue origini nell'indulto del 1451, da Niccolò V concesso ai Sabaudi, che, da ristretto e personale, i principi si studiarono di allargare e rendere permanente.
Emanuele Filiberto, allorquando nel 1559 prese in mano le redini del potere, trovò in vigore nella politica ecclesiastica il sistema gallicano o « giurisdizionalista » . «Emanuele Filiberto il Ruffini scrive non era certo uomo da far getto ciecamente di quello, che da cotesta dominazione d'oltre Alpe era stato importato nei suoi dominii e che gli paresse utile e buono. Anche sotto questo aspetto si chiari la sua superiorità sui proprii successori del principio del secolo decimonono, i quali fecero delle istituzioni francesi tabula rasa, siccome è risaputo » [24]. Non è il caso di ribattere la tesi regalista del Ruffini. Ciò in cui non possiamo convenire senza riserve è nel fare di Emanuele Filiberto un puro gallicano.
Non si può negare che anch'egli, avendo respirato nell'aura del suo secolo e nell'ambiente spagnuolo lo spirito « cesaro-papista » , tentò, in qualche occasione, di cavar fuori dai suo cassetti come dice il Ricotti qualcuno di quei decreti, che i Pontefici lo costrinsero a ritirare [25] . Ma questa tendenza, che andò attenuandosi sempre più di anno in anno, in lui era per avventura assai temperata da uno spirito di pietà schietto e profondo. Di modo che, sebbene una esagerata gelosia di ingerenze di ogni autorità, anche della legittima autorità ecclesiastica, nei limiti del suo Stato, potè dare origine ai noti dissapori con Pio IV, tuttavia questi stessi incidenti servirono a mettere in più luminosa evidenza la rettitudine del Principe e la sua filiale sottomissione alla S. Sede.
Esempio eloquente l'accaduto con Pio V. Il contegno negativo tenuto dal Duca verso il card. Ghislieri, eletto vescovo di Mondovì, aveva provocata una aperta rottura con Pio IV, e costretto il prelato a rinunziare alla sua sede. Poteva giungere ad Emanuele Filiberto una notizia meno gradita che l'elevazione del Ghislieri al trono pontificio ? Si comprende, dunque, che, in principio, le loro relazioni non fossero estremamente cordiali. Ma da una lettera del Nunzio di Torino, Mons. Laureo al Card. Bonelli, Segretario di Stato, ci si manifesta che tale freddezza non celava neppur l'ombra del rancore, e alla prima occasione fu vinta dalla schiettezza e magnanimità sia del Duca sia del santo Pontefice.
...Volsi anco leggere al sig . Duca la lettera che piacque a V. S. Illma scrivermi delli 14 d'ottobre , ove si mostra vivamente l'infinito zelo et il paterno affetto di N. S. verso l'Alt. Sua et del signor prencipe suo figliuolo, da la qual lettera S. Alt. si commosse et s'intenerì sì forte, che quasi con le lagrime affermò sentirsi obligatissimo a S. B.ne per la sollecitudine et memoria veramente paterna, che N. S.re si degna havere delle cose sue; che ne bacia con ogni riverenza il piede a la S.tà Sua, desiderando sommamente con qualche segnalato servigio mostrare la divozione sua verso di S. B.ne; et quanto alla cariga di precettore per il suddetto signor prencipe, siccome l'Alt.za Sua non ha mai pensato darla al francese del quale si scrive, così spera fare elettione di persona che di religione et di costumi habbia ad essere grata a N. S.re...[26].
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Il Nunzio Apostolico, il quale potè conoscere da vicino la condotta del Duca e lo spirito che lo animava, non lascia occasione di far risplendere la sua esemplare rettitudine e pietà. Quando sulla fine del 1569 i nizzardi ardirono impadronirsi d'una delle 24 navi che il Papa aveva mandato a far provvigione di grani in Provenza, per cui Pio V lanciò al principe di Savoia la minaccia d'interdetto, il Nunzio si fece mediatore e diede sicurtà al Papa di un'ampia e pronta soddisfazione. Egli scriveva al card. Bonelli che, senza punto indugiare, Emanuele Filiberto aveva imposto alla città di Nizza di riparare il grave fallo : « volendo di più ordinare che venghino due principali di Nizza a chiedere in nome della città con ogni debita humiltà perdono a N. Signore... del loro fallo, del quale l'Altezza Sua ne mostra tuttavia grandissimo dispiacere, volendo fermamente sperare che la Santità Sua non habbia a pensare, non che credere, che un atto così brutto et scortese sia stato commesso di consentimento d'un principe cattolico et servitore devotissimo di N. S. et de la S. Sede, come egli è, et vorrà di continuo perseverare con l'esempio de' suoi progenitori... » [27]. E insieme con queste ampie dichiarazioni, faceva osservare a Roma quanto ridondasse ad « edificatione et contento de i cattolici, et all'incontro vilipendio et scontento degli heretici, che l'Altezza Sua senza travaglio di conscientia si vegghi celebrare divotamente in chiesa la sollenità di questo Natale, ne la quale suole anco alle volte ricevere la santissima communione...» [28]
Degna di un animo generoso e zelante della religione fu la prontezza con cui Emanuele Filiberto aderì, fin da principio, alla lega promossa da S. Pio V contro i turchi, mentre Venezia e la Spagna, per gara di gelosie, erano sul punto di mandarla a vuoto [29] . Ed è anche da notare la forma della sua adesione ; giacchè, con atto non meno delicato che politico, egli volle esprimere al Papa, ininsieme col suo consenso, anche la promessa di lasciare piena libertà all'Inquisizione, causa già di fiera rottura quando il papa era in minoribus. Con questo tratto, dicevamo, egli ci dà un saggio del suo avvedimento politico. Giacchè ben presto ci accorgiamo che Emanuele Filiberto ambiva il vanto di essere prescelto a capitano supremo delle forze alleate ; ma preveniva una difficoltà a tale nomina (difficoltà che la Spagna non mancò infatti di sollevare) , nel timore che, durante la sua assenza dal Ducato, la temporanea reggenza di Margarita di Valois non desse ansa agli eretici di sollevare il capo.
Scrivendo il Nunzio Laureo al Card. Bonelli del « modo di gastigare gli eretici », così dice :
...mi fu liberamente e con molto affetto dal signor Duca risposto che. se piacesse ala divina bontà concedere a N. S.re le forze di fare una buona lega in diffesa dela religione cattolica, la S.tà Sua conosceria con gli effetti non havere potentato veruno nela Christianità, che fosse all'Alt.za Sua superiore in riverire osservare et ubbidire Sua B.ne in tutto quello che le fosse comandato et consigliato ; ... et quanto a sè stessa era pronta d'impiegare li suoi stati con la vita propria per una opera così importante a tutta la Christianità ; nel qual caso s'offerisce di volere senza eccettione alcuna accettare la santa Inquisitione in questi suoi stati nela maniera che piacerà a N. S.re ; col mezo dela quale non dubita che in brevissimo tempo non s'havesse a smorbare tutto il paese [30] ...
Affin di procurargli questa distinzione, che sarebbe ridondata di tanto maggior gloria al vincitore di San Quintino, il Nunzio scrisse al Papa con molto calore. Anzitutto assicurandolo della sua soda pietà cristiana, del suo schietto zelo per la difesa della fede ortodossa, tanto più meritevole quanto più contrariata dalla corrente che predominava nella corte :
...la cui intentione (del Duca) - egli scrive il 10 maggio 1570 io vo tuttavia scoprendo veramente buona et cattolica : perchè in effetto nelle cose della religione non trovo in questa corte aiuto d'altra banda, che da Sua Altezza: et quelli che potriano aiutare queste sante esecutioni, o per cattiva usanza, o pure perchè vorrebbero tenere il prencipe sotto contimore, si oppongono... [31] .
E metteva poi in bella luce l'opportunità e il valore ideale della designazione proposta :
... non posso mancare di mettere in consideratione... così scrive il 31 agosto 1570 che... saria per avventura necessario che in questa (lega) vi fosse un solo generalissimo in mare et in terra... et in questo a pena si potria trovare pari al Duca di Savoia, il quale, oltre il zelo della religione et la congiontione di sangue con germani, francesi et spagnuoli, è allevato et nodrito a la guerra sotto il più grande Imperatore che habbia havuto la Christianità dopo Carlo Magno, ha ne la sua gioventù havuti carichi grandissimi... et portatosi felice prudente - et valorosamente [32] .
Pio V, aderendo alla proposta del Nunzio, sostenne la candidatura del Duca di Savoia come capitano supremo ; e se la candidatura cadde non fu per poco favore da parte sua, ma per l'opposizione della Spagna, la quale volle a quel grado un suo favorito, il giovane Don Giovanni d'Austria, che ricoprivasi poi a Lepanto di gloria immortale [33]. Ci sembra quindi non potersi affermare, con il Ruffini, che tra Pio V ed Emanuele Filiberto « non ci fu e non ci poteva essere buon sangue » , perchè tempre d'uomini troppo compresi del loro rispettivo e specifico dovere, e troppo gelosi della loro dignità [34]. Se questo giudizio nascondesse il preconcetto implicito della inconciliabile coesistenza pacifica dei due poteri, ci sembra che la storia sorga a smentirlo. Lo stesso Duca, con la sua militare franchezza, dichiara che se vi furono ombre con Pio V(e si riferiva certo agli incidenti anteriori al pontificato) le ombre scomparvero con immenso vantaggio suo e dei suoi Stati .
Così risulta dalla seguente lettera autografa di Emanuele Filiberto a Gregorio XIII , senza data, ma probabilmente dell'estate del 1573. La missione di cui vi si parla, forse riguarda l'impresa navale contro i pirati che infestavano il Tirreno, compiuta dalla flotta pontificia, con l'aiuto delle galee dell'Ordine Mauriziano [35] .
Non poteva la S.tà V. darmi consolacione magiore che comandar al noncio che con onesta ocasione potese presentarsi a V. B.ne per aprirli intieramente il desiderio grandissimo che ho di impiegar la persona mia con gli estati al servicio di V. B.ne. La suplico pertanto che in tutto quello che esso le riferirà per mia parte, le piacia prestarli la medesima fede che faria a me medesimo, del quale, conoscendo apieno la integrità et valor suo, poso fermamente esperar che egli, sicome fu causa che qualche mala satisfacione di Pio V, tornasi in intiera et sonma confidenza verso di me, con salute mia et di mei populi, così averà da confirmar et acrescer la dignisima volontà che V. S.tà con tante gracie s'è degnata mostrar a honore et incremento mio et di mei estati : suplicandola che quanto prima per il medemo noncio sia avisato di soi comandamenti : et con questo gli basio umilmente etc... [36] .
Le proteste di fede e di devozione alla Santa Sede espresse con tali incondizionate esibizioni da Emanuele Filiberto non erano vane parole, e i nunzi pontifici ne danno replicate conferme, anche con fatti concreti, che mettono in piena evidenza l'instancabile vigilanza per contenere e reprimere i persistenti conati di espansione da parte degli eretici. Trascegliamo dai carteggi della nunziatura di Torino alcuni saggi che ci sembrano più eloquenti e ci dipingono con vivi colori la sincera pietà del Principe.
Il carattere religioso ch'egli volle dare alle dimostrazioni di tripudio per la novella della vittoria riportata dal re di Francia e dalle truppe cattoliche contro gli Ugonotti presso Jarnach, apparisce dal seguente dispaccio del nunzio mons . Laureo, vescovo di Mondovì, in data 27 marzo 1569, al card. Bonelli :
Con il segretario di Monsignor il Nuntio di Francia, che porta la confermatione della felice vittoria avuta dal Re contra gli Ugonotti et de la morte del prencipe di Condè, mi occorre solamente fare intendere a la S. V. Ill.ma che il Duca la mattina seguente che hebbe la prima nuova di detta vittoria, che fu il giobbia [37], fece fare una sollenne processione per tutta questa città, et l'Altezza Sua l'accompagnò sempre con molta divotione, et la sera fece allegrezza con molti tiri d'artiglieria ne la cittadella [38].
Gli stessi sentimenti spiccano anche con particolare efficacia nella relazione che il Nunzio inviava al Cardinale Rebiba, Generale Inquisitore sotto Gregorio XIII, il 16 maggio 1577, per ragguagliarlo sulla verità intorno ad un furto sacrilego sul quale si erano sparse inesatte notizie.
L'eccesso seguito in Pigna, del qual V. S. Ill.ma mi scrive con la sua delli 23 d'aprile, non sta nel modo che a lei è stato presoposto. Io ne fui avisato in Nizza fin nel tempo che successe ; et seppi anco che S. A. vi mandò subito il prefetto di quel contado, che è il supremo magistrato, a far diligentissima inquisitione del caso : et perchè il malfattore non si potè aver nelle mani, non mi parve necessario di darne aviso costà. Con tutto ciò io non ho mancato di parlarne hora con S. A. la quale è restata molto maravigliata che V. S. Ill.ma sia stata così sinistramente informata... Quanto poi che l'eccesso sia stato fatto da heretici che si solevassero in quella terra, dice S. A. che, se fusse stato così, haverebbe fatto abrugiar tutta la detta terra ... La cosa fu in questo modo. La notte del secondo giorno di quaresima nella chiesa di Pigna fu levata la custodia di legno del S.mo Sacramento di su l'altar maggiore ove stava, et portata nel campanile della istessa chiesa , et ivi aperta... la detta custodia et preso il vase dentro del quale si conserva il S.mo Sacramento, ch'era di rame dorato, et levatane fuori l'hostia consecrata et tutte le particole, furono poste su una pietra di marmo che serve per sedere a canto il detto altar maggiore, sì come fu trovato la mattina : et fatto saggio di che materia fusse il vaso, il che si comprese poi per segni e raschiature che vi si videno, et trovatolo di rame l'attaccarono al luogo che V. S. Illma scrive, voto però et non col S.mo Sacramento dentro ; il che trovato dal popolo la mattina, tutto scandalizato, levatolo prima et così il S.mo Sacramento de i luoghi ove erano et ripostoli, la comunità ne diede subito aviso ad esso prefetto a Nizza come a loro superiore, il quale lo fece intender a S. A. et ella alterata sopramodo della bruttezza del caso, lo spacciò a quella volta con ordini e commissioni amplissime di far gride a prometter premii et usar ogni diligentia et rigore, postposto ogni ordine giudiciario, per ritrovar i malfattori. Egli andò et... arrivato a Pigna fece subbito pubblicar un bando promettendo da parte di S. A. trecento scudi et la liberatione di un bandito o d'uno di galera a chi rivelasse i delinquenti ; et se un complice, purchè non fusse il principale autore, rivelasse gli altri , gli prometteva oltre il premio anche il perdono. Da poi si diede ad usar ogni sorte di diligenza et inquisitione per la terra, et in effetto nonpotè ritrovar altro inditio, se non che scoperse, ch'uno del luogo istesso pochi mesi inanti havea robato nella medesima chiesa alcuni cerei ... et costui medesimo si trovò absentato di fresco seguito quest'altro eccesso ; onde per questo indicio lo citò, et procedendo contro di lui in contumacia, presumendo che sii stato lui il malfattore, l'ha bandito. Et non parendo verisimile che solo habbi commesso il delitto, lasciò ordine che il popolo istesso pigliasse un amico di colui col quale egli pratticava spesso, et era allora absente, si come fu fatto et gli lo mandarono sino a Nizza pregione, ove essaminato molte volte diligentemente con condurlo fin sotto la corda per atterrirlo , non vi essendo indicii da poterglila dare, non se ne è cavato niente, et si ritrova anche pregione. Et del bando, et di tutte le diligenze usate consta in processo, il qual è a Nizza, e lo mandarà pigliar e me lo farà veder. Hanno poi anco fatto diligenza di saper ove si trova il sudetto che si tien per il malfattore, et si è inteso esser a Dragonero, luogo del marchesato di Saluzzo : et S. A. ha scritto al sig. Carlo Biraghi luogotenente regio per haverlo nelle mani, il qual ha risposto non poterglielo dar. Mi dice di più il prefetto d'havergli messo dietro un Nizzardo bandito dandogli denari et promettendoli la gratia ed anche premio se farà opera di condurlo ne le mani della giusticia di S. A. che piaccia a Dio di farglielo capitar.
Questo è tutto il fatto, dal qual si può comprender che l'eccesso fu fatto più tosto per robar il vaso credendo che fusse d'oro o d'argento, che per altro : et V. S. Illma può veder com'ella sia stato ben'informata, et se S. A. ha mancato di far tutte quelle dimostrationi che si poteano. S. A. è restata molto alterata di questa informatione data a V. S. Illma, dicendo ella che faprofessione nelle cose della religione, et specialmente in quelle del S.mo Sacramento, di non ceder a persona alcuna in zelo ; et che haverebbe pagato non solo i 300 scudi, ma mille et più, per haver i delinquenti in mano [39].
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La morte di Emanuele Filiberto fu degna della suavita di principe esemplarmente cristiano. Sopportò con edificante rassegnazione una penosa malattia, chiese e ricevette i conforti religiosi con segni di straordinaria pietà, talchè l'Oratore veneto scrisse ch'egli «pareva bene essere nel transito di questa vita mondana e terrestre alla Celeste patria » . Quando senti approssimarsi l'ora estrema, volle
al suo capezzale il figliuolo Carlo Emanuele, erede del trone, e a lui, prima d'ogni altra cosa, ingiunse (come riferisce lo stesso Oratore veneto), « dovere costantemente diffendere la religione cristiana, l'obedire alla S. Romana Chiesa, l'eseguire indistintamente la giustizia a tutti... » ; si chiuse quindi nel silenzio e nella preghiera [40]. Spirò il 30 agosto 1580, all'età di soli 52 anni .
Fu questa una irreparabile perdita, non solo per il Piemonte, ma per l'Italia e per la cristianità intera: tale è il rimpianto con cui venne universalmente appresa la sua scomparsa. Francesco Barbaro, ambasciatore veneto, riconosce che si deve soltanto a lui se l'eresia calvinista non fece « progresso di quà da' monti » : е la sua perdita aggiunge - dev'essere « tanto più stimata... quanto che la prudentia et il valor di questo Principe ha servito manifestamente fin hora come per antimurale a tutta Italia, impedimentando di continuo che l'heresie oltramontane non sijno passate in queste parti» .
Non suona altrimenti il giudizio del Nunzio : « Io rappresento a V. S. I. con le lagrime all'occhi quello che tanto tempo ho previsto della perdita che è per farsi non solo d'un Prencipe cattolico et affettionato verso quella Santa Sede, ma d'un moderator a questi tempi di tutto il mondo et particolarmente il procurator della quiete d'Italia solo con l'ombra dell'autorità et prudentia sua» [41].
Come i contemporanei vedevano in lui l'« antemurale » d'Italia, lo scudo contro l'eresia invadente, il vincolo dei popoli italiani, il genio tutelare della pace, e tutti esaltavano in coro il principe saggio e cristiano ; così la sua immagine rifulge di una luce radiosa anche ai posteri. Essa a quattro secoli di distanza non ha perduto nulla della sua grandezza, dell'alta sua significazione ideale.
Nel secondo ristauratore del principato sabaudo, oggi si vuole riconoscere l'antesıgnano delle future sorti d'Italia. Ma se nell'ora destinata dalla Provvidenza alla rivendicazione della nazionalità italiana, l'erede della corona sabauda fosse stato eziandio l'erede della mente e del cuore di Emanuele Filiberto, certo , alla Nazione e alla Chiesa sarebbero state risparmiate tante di quelle amare traversie, di cui sentiamo ancora le conseguenze e il travaglio.
Note:
[1] Emanuele Filiberto . Torino, Lattes, p . 51 .
[2] Ivi , p. 100.
[3] Emanuele Filiberto . Elegante volume in 4 (cm. 28× 19) di pagine XXXII-496, su carta simile-mano, con diverse tavole illustrative fuori testo ed una tabella genealogica. Torino, S. Lattes e C. Per comodità dei lettori ne trascriviamo l'Indice, dal quale potranno avere un concetto dell'importanza e varietà degli argomenti e del valore degli Autori. GLIA. I. Introduzione : C. RINAUDO. I. La prima giovinezza : A. CAVIII. Vita militare : P. MARAVIGLIA. III . Riacquisto e ingrandimento dei dominii. Politica estera : A. SEGRE. IV. Ordinamenti militari : N. BRANCACCIO . V. La marina da guerra ed i suoi fasti : A. SEGRE. VI . La riforma politica : A. TALLONE. VII. La legislazione : F. PATETTA. VIII . Il riordinamento delle finanze : A. GARINO CANINA. IX. Il riordinamento dell'industria, dell'agricoltura e del commercio : A. GARINO CANINA. X. Riordinamento degli studi : E. BETTAZZI . XI . Profilo religioso di E. F. e la SS. Sindone : A. CAVIGLIA. XII. La politica ecclesiastica : F. RUFFINI . XIII. La lotta con i Valdesi : C. PATRUCCO. XV La morte : A. SEGRE. Capodanno del 1928. Anno VI : EMANUELE FILIBERTO DI SAVOIA DUCA D'AOSTA. Nelle citazioni seguenti enunziamo gli autori riferendoci alle singole monografie.
[4] SEGRE, Riacquisto e ingrandimento, ecc. , pag. 134.
[5] CAVIGLIA, Profilo religioso, 363 .
[8] Ivi, p. 135.
[9] PATRUCCO, La lotta con i Valdesi, 462 .
[12] CAVIGLIA, ivi , 373 .
[13] MON. HIST. S. I. , Laynii Monumenta, IV, 417.
[16] SACCHINI , Hist. Soc. Iesu, p. II, lib . III, n. 35 seg .
[17] Layn. Monumenta, V, 462 .
[19] L. Karttunen, A. Possevino. Lausanne, 1903, 41 seg.
[20] Layn. Monumenta, V, 211 , 313 .
[22] Ib. , V, 465 .
[23] PATRUCCO , La lotta con i Valdesi, 444.
[26] Arch. Vatic. Nunz. Savoia 1, fol . 36 v. (numer. nuova f. 38 v.) Il Nunzio al card. Alessandrino, 10 novembre 1569.
[27] Arch. Vatic. Nunz. Savoia 1 , fol. 41 v. (numerazione nuova f. 43 v). Il Nunzio al card. Alessandrino, 22 dicembre 1569.
[28] Ivi, fol. 40 (num. nn. f. 42), 21 dicembre 1569.
[29] PASTOR, Pius V, Freiburg, 1920, p. 547.
[30] Arch. Vatic. Nunz. Savoia, I fol. 45. (numer. nuova f. 47). I1 Nunzio al card. Alessandrino, 24 febbraio 1570.
[32] Ivi, 1 , fol. 6o (n. n. fol. 62) .
[33] PASTOR, o . c. , 563 seg.
[36] Arch. Vatic. Nunz. Savoia 4, fol. 258 (numer. nuova f. 369). II documento si trova fra i carteggi del 1573.
[37] Parola de dialetto piemontese : « giovedì » .
[38] Arch. Vatic. Nunz. Savoia 1, fol. 12 (nu. nuova, fol. 14)
[39] Arch. Vatic. Nunz. Savoia 6, pag. 104 (num. nuov. af. 122) : copia di lettera a Mons. Ill.mo di Pisa di Mons. Nontio di Turino a' 16 di maggio 1577.
[40] SEGRE , La morte, 469.
[7] Ivi, 106 .
[10] RUFFINI , La politica ecclesiastica, 407.
[11] CAVIGLIA, Profilo religioso, ecc. , 369.
[14] Ivi , V, 462. Lettera al P. Laynez, Barcina, 24 marzo 1561 .
[15] PATRUCCO, La lotta con i Valdesi, 443 .
[18] Ivi, V, 474.
[21] Ib . , V, 462.
[24] RUFFINI, La politica ecclesiastica , 412 .
[25] Il celebre editto del 22 dicembre 1572, che annullava il precedente del 28 maggio di detto anno in pregiudizio del foro ecclesiastico , reca la seguente motivazione : « Acciò che per qualche sinistra interpretatione che alcuni volessero dare, non si faccia pregiudicio a la giurisditione et auttorità ecclesiastica, come non fu mai di nostra intentione, et volendo sodisfar in ciò a la mente di S. B.ne, per le presenti di nostra certa scienza et auttorità, cassiamo » ecc. Arch. Vatic. Nunz. Savoia 4, fol. 76 (num. nuova f. 93) .
[31] Arch. Vat. , ecc., 1, fol. 51v (n.n. f. 53v.) .
[34] RUFFINI , La politica ecclesiastica , 416.
[35] SEGRE, La marina da guerra, 184.
[41] SEGRE, 1. c.
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