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LA CIVILTÀ CATTOLICA, 1916: IL «PRINCIPE» DEL MACHIAVELLI COMMENTATO DA M. SCHERILLO

 




La Civiltà Cattolica
VOL. 3, 1916

Da un secolo si è ravvivata la fama del Machiavelli e la lotta intorno ai suoi principii politici assai rinfiammata : ne sono segno le due maggiori biografie uscitene, del Villari e del Tommasini. Anche delle sue opere molte edizioni si fecero, e, come notammo altra volta a proposito di morale e letteratura nelle nostre scuole, se ne volle dar in pascolo ai giovani, non solo le Storie ei Discorsi, ma ancora il famigerato libro del Principe, affinchè da tanto maestro si illuminassero e guidassero fin dai primi anni i cittadini della nostra Italia. Ed oggi ecco un'altra edizione [1] del medesimo volume, curata e annotata dal ch. Prof. Scherillo dell'Accademia scientifico-letteraria di Milano, il quale, in una lunga introduzione, ove ragiona della mente e dell'opera del Machiavelli e narra segnatamente l'estremo scorcio della travagliata vita di lui , si leva alla difesa dell'opera del Segretario fiorentino, con un amore che par voglia farne l'idolo del moderno culto dell'egoismo patriottico .

 

Ma dal meglio della sua discussione e dei tratti e lineamenti, onde dipinge la persona dello scrittore, questo ci apparisce con aspetti non nuovi, tali però che, esposti senza velo, palesano di qual tempra fosse l'anima e l'opera sua. Grande scrittore : grande, per dirla con un termine moderno, anticlericale alla pagana; e grande maestro di politica spregiudicata : ecco le doti del Machiavelli. Della prima, non c'è che dire : vero signore della penna, non corre dietro ai fronzoli o al periodo boccaccesco per annuvolare il cielo del suo pensiero, ma cerca con brevità e argutezza di esporre ciò che di bene e di male gli frulla in capo o raccoglie dalle storie passate e presenti.

 

Quanto all'anticlericalismo, convien ammettere che i moderni epigoni non ne potevano trovar altro di lui più degno di venir proclamato lor padre e antesignano, perchè non è facile tra gli scrittori, che servirono al principe, come fece il Segretario, imbattersi in chi ne dicesse tanto corna e si mostrasse più nemico dei Medici e del Papato, a che Giovanni e Giulio erano stati innalzatı. Come poi discorra della religione cattolica e romana, lo dimostra a chiare note lo Scherillo e lo sanno tutti. Non è quindi meraviglia se anche oggi i maggiori politici e il gran numero dei letterati liberaleggianti ne vadano del continuo aggrandendo il nome e la fama, e ogni poco si levino a magnificarlo, ricantando le sue solite canzoni sul governo passato dei papi, per far così dimenticare una ricordanza o un rimpianto, che non finisce mai di estinguersi, e ribadire un certo odio al vieto governo dei preti, che sia come il cemento della stabilità di quello succedutogli. Segni dei tempi : la mania anticlericale non ha forse forbito e ripulito tanti altri eroi da taverna e da sedizioni, dalla storia stati messi in gogna, come nemici del pubblico bene, e tanto poi dalla nostra età imbottati di patriottismo e di grandi idee da trasfigurarli in precursori dei moderni lumi e in fattori degli odierni trionfi della scienza sull'ignoranza, della virtù sulla nequizia, della luce sulle tenebre, della ferrovia sulla lettiga, del telegrafo sul portavoce? Così vediamo per le nostre piazze a uomini, morti col marchio dell'infamia, elevati monumenti di bronzo e di pietra, a sfida della virtù e del buon senso, e a vergogna del credo cattolico e dell'obbedienza dovuta al Vicario di Cristo .

 

Ma ciò che più turba i sonni degli ammiratori del Machiavelli è la taccia di machiavellismo appioppata a qu, ut se ne fecero scolari a pratica, mettendo in fatti ciò che egli pur solo in idea aveva pensato e schizzato nei suoi libri. Quindi tutte le armi pare siano volte a purgare il Segretario fiorentino del machiavellismo. Senonchè ogni difesa si dibatte tra due terribili scogli , più aspri di Scilla e Cariddi : tra il tornaconto e la morale, due cose che spesso fanno a pugni tra loro e sono irreconciliabili, come l'acqua e l'olio. Quando infatti i difensori del Machiavelli tentano salvar le pretese del tornaconto, dei fatti compiuti, del sacro egoismo della patria, mettere insomma l'utilità al posto supremo, che è proprio della giustizia , allora urtano nei valli della morale, negli usberghi del diritto, nelle frecce, che contro i mali mezzi e le vie leonine e volpine, fautrici del buon successo, scagliano la rettitudine e la lealtà e la fede e la maestà dei trattati. Quando per l'opposto, corrono alla difesa della morale, e di tutto ciò che il genere umano chiama giustizia, diritto, leggi del vivere e dell'operare onesto, allora il biasimo come a sghimbescio cala sulle male arti suggerite dal Segretario è lo dicono mariolo sì, ma profondo, come si direbbe di un ladro fortunato, o di un assassino , birbante sì, ma coraggioso, quasichè la profondità della marioleria o il coraggio dell'assassinio potessero far passare per buono e giusto un delitto che arriva al fatto compiuto. Di codesto perpetuo mareggiare tra la morale e la politica subdola è pregno, specialmente verso il fine, il saggio dello Scherillo ; un vero sforzo di Ercole, non minore dei già fatti da cento altri, per salvare dal vituperio universale dei coscienziosi lettori la mente e l'opera del Machiavelli, il quale sarebbe stato al suo posto, se nato fosse nella repubblica di Mario o di Silla , o fosse stato segretario di Federico il grande o di Caterina II, o, meglio ancora, il consigliero del suo eroe incielato e modello del principe, il duca Valentino. Perchè, dice lo Scherillo commentando il Machiavelli, « l'opera del Valentino, era stata ci purificazione : un atto perfido e manesco, ma un atto di giustizia politica » [2]

• E qual sia siffatta giustizia politica si può intendere da quel che altrove se ne dice. « Essere buoro sì, ma non tre volte, non in tutte le congiunture, non anche tra' cattivi perchè questi ne profittino. E sarebbe stolto inculcare a un principe il precetto evangelico di non contrastare al malvagio, anzi se alcuno ti percuote su la guancia destra, rivolgigli ancor l'altra ; e se alcuno vuol contender teco e torti la tunica, lasciagli eziandio il mantello. Vi ha virtù private, che sarebbero vizi in un reggitore di popoli ; come vi ha virtù pubbliche altissime, quale ad esempio il sacro egoismo della patria, che sarebbero vizii in un privato cittadino. La scienza dello Stato ha esigenze proprie e sarebbe follia pretendere di darle per fondamento la bontà degli uomini, che è di dubbia esistenza » [3].

 

Questo contrapposto istituito dallo Scherillo tra la sapienza del Machiavelli e quella del Vangelo, non è nuovo. Già fin da' suoi tempi il gran papa Gregorio Magno, che fu patriota e italiano non meno grande di quanti vennero dopo di lui, aveva descritte ne' suoi Manuali le arti machiavelliche : « Hujus mundi sapientia est cor machinationibus tegere, sensum verbis velare; quae falsa sunt vera ostendere; quae vera sunt, falsa demonstrare... Hаес eadem duplicitatis iniquitas nomine palliata diligitur, dum mentis perversitas urbanitas vocatur. Haec sibi obsequentibus praecipit

honorum culmina quaerere, adepta temporaris gloriae vanitate gaudere, irrogata ab aliis mala multiplicius reddere: cum vires suppetunt, nullis resistentibus cedere ; cum virtutis possibilitas deest , quidquid explere per malitiam non valent, hoc in pacifica bonitate simulare. At contra sapientia justorum est nil per ostensionem fingere, sensum verbis aperire, vera ut sunt diligere, falsa devitare... Sed haec justorum simplicitas deridetur: quia ab hujus mundi sapientibus puritatis virtus fatuitas creditur... Quid namque stultius videtur mundo quam mentem verbis ostendere, nil callida machinatione simulare, nullas iniuriis contumelias reddere, pro maledicentibus orare, paupertatem quaerere, possessa relinquere, rapienti non resistere, percutienti alteram maxillam praebere ? >> [4].

Per non essere dunque buoni tre volte bisogna esser presti a diventar birbanti nella politica; e se ne dà per motivo o pretesto il tirare a un senso che non fu mai così inteso la parola di Cristo sul rispondere a chi ti percuote. Quell'offrire al percotitore l'altra guancia s'intende, come spiegano i commentatori, in praeparatione animi, non che sempre ci sia obbligo di così diportarci in actu; chè ciò vietano spesso altri diritti e doveri che, senza escludere simile preparazione a sopportare anche maggiori ingiurie, esigono la difesa della propria persona e del proprio onore e dei propri averi per il ben pubblico e privato [5]. Perciò anche la guerra può esser giusta; e S. Agostino dice: « Fortitudo quae a barbaris defendit patriam vel domi defendit infirmos , vel a latronibus socios, plena justitia est ».

La virtù altissima poi del sacro egoismo della patria, introdotta dall'entusiasmo bellico di un onor. ministro nel vocabolario della morale politica, si riduce in fin dei conti alla virtù del tornaconto, e a quella machiavellica della necessità dello assicurarsi, che per chi vuol salvarsi per qualunque via, giusta o ingiusta che sia, è il fine supremo. Torniamo dunque sempre al machiavellismo, cui lo Scherillo ancora, dopo tanta luce di confutazione cristiana e storica, getta in faccia ai Gesuiti, e del quale, per salvarne o scusarne il Machiavelli, fa a lui maestro il cardinal Riario, per avergli detto che « di tutte le cose gli uomini guardavano più al fine che ai mezzi » [6]. Ma chi non sa che nell'intenzione innanzi tutto è il fine ! e che prima si guarda al fine poi se ne scelgono i mezzi ? Ma ne segue forse che questi, se il fine è buono, possano eleggersi anche cattivi o che la considerazione del fine basti per render giusti e buoni i mezzi di qualsivoglia genere siano ? Se lo Scherillo volesse di proposizioni simili a quella del cardinal Riario, ne troverebbe a iosa in tutti i testi di morale, dove sempre il fine e la sua intenzione è presentata come prima idea in ogni operazione.

La teoria poi che ricanta il professore dell'Ateneo milanese avere il Machiavelli pigliato gli uomini del suo tempo come erano e che lo statista ha da dominare e muovere gli uomini quali sono coi loro istinti anche meno buoni e con le loro tendenze anche più perverse, non quali secondo i precetti della morale e della religione essi potrebbero essere » [7], non dà il diritto di elevare, come fa il Segretario fiorentino, la pratica perversa a regola di vita e di operazioni, ma solo concede che dagli uomini perversi si sappia trarre quel vantaggio che possono recare le loro azioni buone al ben pubblico; altrimenti sarebbe da difendere anche una banda di assassini che lo Stato assoldasse per arricchire l'erario a spese dei viandanti. Qui appunto è il guaio del Machiavelli , di aver voluto farsi maestro di una morale politica, non dedotta dai principii della ragione e del giusto, ma dalle azioni fortunate per la malizia degli uomini intraprese a vantaggio pubblico, quasichè la regola della ragione fosse sol da seguirsi dove si accordasse con la bontà e il vantaggio, e non anche dove ritraesse dalla malvagità delle opere. Ma, si dice, tale fu la malizia degli uomini contemporanei al Machiavelli. Magra scusa, perchè, come già osservò il Frapporti, anche altri uomini del suo tempo, come il Paruta, il Castiglione, il Botero, scrissero di politica, e « furono uomini, sui quali non vedrei ragione di poter asserire che la perversità dei tempi, il contatto dei malvagi, le pubbliche turpitudini, le occasioni di fuorviare, non avessero potuto avere eguale efficacia che sull'animo del Segretario, o nei quali il conoscimento pratico degli uomini e delle cose avesse dovuto valer meno che in quello. La differenza fra essi e quest'ultimo si troverà piuttosto in ciò, ch'essi seppero custodir meglio l'ingegno, s'istituirono più liberalmente, che è pure potente freno a non intristire, e riconobbero alla politica quello che è base di qualunque sapienza, il timor di Dio ; non rinnegarono insomma la missione di scrittori, non si lasciarono sconfortare dal male, ed incoraggirono al bene » [8].

Fu da altri a sostegno e difesa delle massime machiavelliche invocata anche l'autorità di Aristotele nella Politica e del suo famoso commentatore, l'Aquinate ; dalla qual opera certo il Segretario tolse non poco. Anche lo Scherillo, alle parole del famoso capitolo XVIII del Principe che « a uno principe adunque non è necessario avere tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle>> ripete e annota che questo « è anche l'insegnamento di Aristotele, approvato e illustrato da san Tommaso » ; e ne riporta qualche tratto. Ma il professore certo non lesse in fonte quel che riporta, perchè non ne cita il luogo preciso, come fa dei passi di altri autori ; onde convien dire che lo togliesse da altri commentatori del Principe. Checchè sia di ciò, il passo da lui trascritto non riferisceintero il senso nè di Aristotele nè dell'Aquinate, perchè non distingue, come fa il testo, le vere virtù, da quella civile, ossia del governare, della quale sola si afferma che, quand'anche non si abbia, è bene parer di averla per non farsi spregevole. L'Aquinate infatti, nonchè approvare l'ipocrisia morale, la combatte anzi, giacchè in quel luogo, scrive del tiranno : « De facili enim contemnitur qui non timetur ; et ideo si velit non terribilis videri, et cum hoc non contemni, debet laborare ad virtutes et opera ipsa quae reddunt hominem non contemptibilem propter excellentiam suam ; et si non potest habere omnes virtutes et actus earum, saltem laboret ad virtutem civilem quae videtur praecipua ; et si non habeat eam secundum veritatem, faciat quod opinentur ipsum habere eam : quanvis enim hoc non sit in se bonum, ad hoc tamen bonum est ut non sit facile contemptibilis » [9] 

 

San Tommaso adunque non difende l'ipocrisia, ma l'onore esterno del principe, alla cui autorità giova la buona fama : poichè nessuno è obbligato a dir in pubblico le sue pecche affinchè gli altri veggano qual veramente egli è il peccatore non commette atto di ipocrisia, se si diporta in modo che la sua colpa rimanga nascosta e il suo onore resti tutelato e salvo. Onde chi propala i delitti altrui segreti e i difetti morali e anche fisici e materiali, fa danno e ingiuria ed è condannato giustamente dai tribunali. Un bene è anche l'onore e la fama. Del resto san Tommaso sprona il tiranno ad acquistare realmente anche la virtù civile, come le altre virtù morali : che se non arriva ad averla secondo verità, da parere veramente un bravo re o principe nel reggere bene il popolo, faccia in maniera che gli altri opinino ch'egli l'abbia , ossia si diporti in modo che il giudizio altrui gli sia favorevole ; non afferma che debba essere ipocrita o usar mezzi da ingannare, ma che salvi il suo onore; il che, come ognun vede si può ottenere anche con mezzi lecitissimi, come sono i consigli e l'opera altrui o cooperazione nel governo, a quel modo che fanno ancora oggidì i consiglieri e ministri, così detti responsabili, coi re, i quali sembrano governare, mentre regnano, ma non governano ; però le lodi dei loro governi in gran parte cadono poi nella storia sui re e sul loro regno.

 

Del rimanente è da osservare, ciò che fu già da altri notato e sa chiunque abbia letto i commentari dell'Aquinate al Filosofo : San Tommaso, mentre commenta, non sempre fa suo e approva quel che spiega, ma il suo intento è quello di parafrasare e chiarire il pensiero dello Stagirita per renderlo connesso e logico, senza aggiungervi quello che la dottrina e la morale cattolica altrimenti direbbe. Che se si volesse, come fa lo Scherillo, vedere nel commento dell'Aquinate una perenne approvazione di quanto dice o narra Aristotele, ne verrebbe una mostruosità , perchè Aristotele descrive il tiranno nella sua politica con colori assai più neri che non faccia col suo Principe il Machiavelli. « Ma gli apologisti, scrive il Frapporti, non sembrano aver posto mente ad una differenza essenziale fra Aristotele e il Segretario : il primo non ha altro intendimento che quello di descrivere, l'altro ha quello di insegnare. Anzi è da osservarsi che, dove il Machiavelli raccomanda al suo principe il delitto per conservare lo Stato, Aristotele sembra insinuare affine di salvare la tirannide i modi di raddolcirla e di ridurla a giusto principato. A questi intendimenti non era d'uopo che S. Tommaso nel suo commento applicasse alcun correttivo, e neppure in altre opere del santo Dottore trovo cosa che si possa torcere ad onestamento di massime di turpe politica » [10].

 

La difesa dunque del Principe del Machiavelli non può essere che la difesa del machiavellismo politico. Onde lo Scherillo nella sua lettera al Salandra, preposta alla presente edizione afferma altamente che « la pratica dei Romani e le dottrine del Machiavelli sono, sì, nostra tradizione gloriosa, come sono di non invidiata tradizione germanica la pratica e gl'insegnamenti di Federico II di Prussia e di Ottone di Bismarck » . Altrimenti però sentenziava il Lisio nella sua prefazione alla edizione scolastica del Principe : con le massime del Machiavelli diceva aver il Bismarck resa grande la Germania. È questione di vedute, e di tempi di pace e di guerra. Quante teste e giudizi ha capovolti la guerra! « Sicuro, scriveva poco fa un noto deputato italiano, sicuro, o pudibonde vestali di una morale di princisbecco, i trattati sono della carta straccia, che non può in nessun caso sbarrare ad un popolo la via della indipendenza e della sua libertà. Se i trattati fossero inesorabili, se il feticismo delle pergamene rigate da firme auguste dovesse sempre prevalere, l'Italia non sarebbe, Trieste rimarrebbe austriaca, l'Alsazia Lorena tedesca, l'Armeria turca, la Poloria smembrata: la giustizia dei trattati non, è che il consolidamento delle ingiustizie stabilite ed imposte per mezzo della violenza » [11].

 

Dell'opera dello scrittore fiorentino - conchiuderemo anche noi con le parole riportate dallo Scherillo da una nota del grande romanziere milanese, -è da dire che l'aver egli messa l'utilità al posto supremo della giustizia produsse un così brutto miscuglio negli scritti di un sì grande ingegno. E quante mirabili cose, esclama il Manzoni, «non ci sono come offuscate da una troppo diversa compagnia ! Quanta sagacità nel discernere e nel connettere le cagioni degli avvenimenti, nel vedere la concordanza o il contrasto tra gl'intenti degli uomini e la forza delle cose ! Quanti consigli nobilmente avveduti, quanti umani e generosi intenti, in tutti quegli scritti, ogni volta che la giustizia c'è, o rettamente prelicata o semplicemente sottintesa ! E che mirabile e feconda unità non si sarebbe formata ne' concetti di quella mente, se quello della giustizia ci avesse sempre tenuto, o nell'una o nell'altra maniera, il suo posto ! »

Ma il fatto andò bene altrimenti. Il Principe del Machiavelli, mentre fa rimpiangere quel che di meglio avrebbe potuto fornire agli uomini quella sua penna adamantina, è un illusione di vanto per l'uomo che l'ha scritta e un'onta per la nostra letteratura, che non può tergerla da sè senza bruttarsene vie peggio.

Note:

[1] NICCOLÒ MACHIAVELLI, Il Principe e altri scritti minori a cura d1 M. Scherillo . Precede una lettera di S. E. Antonio Salandra. Milano Hoepli, 1916, pag. LXXXVIII-459.
[2] Pag. LXXX.
[3] Pag. LXXI.
[4] GREGORIO M. Moral. l. 10, c. 16 in cap. 12 Job.
[5] Cf. S. TOMMASO, 2, 2, q. 72, a. 3. Comm. in Matt. V.
[6] Pag. LXIX.
[7] Pag. LXIX
[8] G. FRAPPORTI, Sugli intendimenti di N. Machiavelli nello scrivere il Principe. Ricerche. 2ª ediz . Vicenza, Paroni, 1856, p. 61.
[9] Comm. alla Politica, 1. V, lec. XII.
[10] Loc. cit . , p. 58.
[11] 0. RAIMONDO, deputato, nel Messaggero di Roma, 24 giugno 1916

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