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domenica 25 agosto 2013

SìSì NoNo: Ratzinger: un Prefetto senza fede alla Congregazione per la dottrina della Fede.





Quell che pensano di aver vinto
 7. Ratzinger: un Prefetto senza fede alla Congregazione per la dottrina della Fede.

Il «teologo» Ratzinger
Sìsì Nono
31 Marzo 1993
La «discrezione» e la tenacia di papa Montini, hanno assicurato alla «nuova teologia» il predominio incon­trastato nel mondo cattolico.
Il trionfo della «nuova teologia», però, non ha segnato il trionfo della' Fede cattolica. Al contrario. «Giam­mai una enciclica pontificia, che aveva appena 15 anni, fu sconfessata in cosi poco tempo e cosi completamente da quegli stessi che essa condannava come l’ ”Humani Generis ”» ha scritto il teo­logo tedesco Dormann a proposito del Concilio (Il cammino teologico di Gio­vanni Paolo II verso Assisi») e il quadro della situazione attuale è stato tracciato dal gesuita Henrici, «nuovo teologo»: «Mentre le cattedre teologiche vengono egemonizzate dai colleghi di “Concilium,, [alla avanzata del modernismo] quasi tutti i teologi nominati vescovi negli ultimi anni provengono dalle file di “Communio "[alla moderata del medesimo modernismo] [...] Bal­thasar, de Lubac e Ratzinger: i fonda­tori, sono diventati tutti cardinali» (30 Giorni dicembri 1991). Nelle Università ecclesiastiche, an­che pontificie, si studiano i padri fon­datoridella «nouvelle théologie» e si fanno tesi di laurea su Blondel, de Lubac, von Balthasar. L’Osservatore Romano, la Civiltà Cattolica ne esal­tano la figura e il «pensiero» e la stampa cattolica si adegua: ad instar Principis, totus componitur orbis.
Un «nuovo teologo» presiede ad dirittura la Congregazione per la Dot­trina della Fede, la già suprema Con­gregazione del Sant’Officio: il card. Joseph Ratzinger.
Se distingueremo in lui il «teologo» dal Prefetto è solo per comodità esposizione. Nel caso, infatti, tale di­stinzione non regge sia perché, come vedremo, siamo non in materia opi­nabile, ma nel campo della Fede, e un Prefetto della Congregazione della Fe­de senza fede è un controsenso sia perché il prefetto Ratzinger è in per­fetta sintonia con il «teologo» Ratzinger. 
Del «teologo» viene indicata come opera fondamentale la sua Introduzione al Cristianesimo - le­zioni sul Simbolo apostolico in vendita nelle librerie cattoliche e che in Italia ha raggiunto la sua ottava edizione nel 1986 per i tipi - non a caso - della Queriana di Brescia, editrice di opere della «nuova teologia». Introduzione al Cristianesimo(Einfuhrung in das Christentum) viene così presentata in Rapporto sulla Fede: «una sorta di classico continuamente ri­stampato, sul quale si è formata una generazione di chierici e di laici, attirati da un pensiero del tutto “cattolico" e nel contempo del tutto “aperto" al nuovo clima del Vaticano II» (p. 14). Noi ci fermeremo necessariamente a poche, fondamentali considerazioni, sufficien­ti tuttavia a farsi un’idea esatta della «teologia» dell’attuale Prefetto della Congregazione per la Fede.
 Un quesito gravissimo
 È verità di fede divina e cattolica, fondata cioè sull’autorità di Dio ri­velante (Sacra Scrittura e Tradizione) ed anche sull’autorità dell’infallibile Magistero della Chiesa, che in Gesù Dio si è fatto uomo e precisamente la seconda Persona della Santissima Tri­nità, Dio come il Padre, ha unito a Sé una natura umana, per cui in Cristo vi sono due nature (l’umana e la divina) unite nell’unica Persona divina (unio­ne ipostatica o personale). Chiunque voglia rimanere cattolico e salvarsi deve professare questa fondamentale verità rivelata sempre ed ovunque pro­posta a credere dalla Chiesa e da essa difesa contro l’eresia (Concili di Efeso, Calcedonia e V di Costantinopoli). Che dire, pertanto, quando siamo co­stretti a constatare che l’attuale Pre­fetto della Congregazione per la Fede nei suoi libri di «teologia» professa, invece, che in Gesù non Dio si è fatto uomo, ma un uomo è divenuto Dio? Chi è, infatti, Gesù Cristo per Ratzinger? È «quell’Uomo in cui viene in luce la nota definitiva dell’essenza umana e che appunto per questo [sic!] è al conterai* po Dio stesso» (.Introduzione al Cristianesimo p. 150; il corsivo è nel testo).
Che vuol dire questo se non che l’uomo nella sua «nota definitiva» è Dio e che Cristo è un uomo, il quale è o, meglio, è divenuto Dio per il solo fatto che in Lui è venuta in luce la «nota definitiva dell essenza umana»?
 Dio è uomo e l’uomo è Dio
  Il quesito d’altronde è posto a chia­re lettere e risolto affermativamente dallo stesso Ratzinger. Questi, infatti, si domanda: «possiamo davvero stem­perare la cristologia (il parlare di Cri­sto) nella teologia (il parlare di Dio); o non dovremmo invece fare una appas­sionata propaganda in favore di Gesù come uomo^impostando la cristologia sotto forma di umanismo e di antropo­logia? Oppure l'autentico uomo, proprio per il fatto di essere integralmente tale, dovrebbe esser Dio, e conseguentemen­te Dio essere un autentico uomo? Sa­rebbe mai possibile che il più radicale umanesimo e la fede nel Dio rivelante qui vengano ad incontrarsi, anzi giun­gano a confluire uno nell’altra?» (p. 165; la parola «uomo» nel testo ori­ginale è in corsivo).
La risposta è che la lotta ingaggiata nei primi cinque secoli dalla Chiesa intorno a questi problemi «ha con­dotto, nei concili ecumenici di allora, ad una risposta positiva [sic!] a tutti e tre gli interrogativi» (p. 165; anche qui il corsivo è nel testo). Ivi compreso, dunque, l’interrogativo centrale che perciò, senza tradire il pensiero dell’ autore, possiamo trascrivere come se­gue: «l’autentico uomo, proprio per il fatto di essere integralmente tale, è Dio, e conseguentemente Dio è un autentico uomo».

Una «cristologia» coerente nell’eresia
   Tutta la «cristologia» di Ratzinger si sviluppa coerentemente intorno a questo assunto fondamentale e sareb­be ben difficile dare una diversa spie­gazione alle affermazioni che nella sua Introduzione al Cristianesimo si sus­seguono a ritmo serrato, tra cui le seguenti, che trascriviamo per onestà di documentazione.
Il «nucleo centrale» della «“cristo­logia del Figlio ” espostaci da Giovanni»sarebbe questo: «Il servire non vien più corisiderato come un'azione, dietro la quale sussiste per conto suo la persona di Gesù; viene invece ammesso come un fatto che investe l'intera esistenza di Gesù, sicché il suo stesso essere è puro servizio. E proprio perché questo suo essere nuli'altro è fuorché servizio, è anche un essere da figlio. Sotto questo aspetto l'inversione cristiana dei valori soltanto ora ha raggiunto il traguardo; soltanto a questo punto risulta perfettamente chiaro che colui il quale si dedica totalmente al servizio degli altri, in maniera assolutamente disinteressa­ta e annientando se stesso, diviene formalmente l'altruista per antonoma­sia, sicché proprio e soltanto lui è il vero uomo, l'uomo del futuro, il caso d'inci­denza in cui confluiscono assieme V uomo e Dio» (pp. 178-179; anche qui i neretti corrispondono ai corsivi del testo).

«Il suo [di Gesù] essere invece è una pura ‘actualitas', composta di un ‘da' e di un ‘per. Ed è appunto per questoperché questo suo essere non risulta più dissociabile dalla sua ‘actualitas’, che egli viene a coincidere con Dioma restando al contempo l'uomo esempla­re: l’uomo del futuro, attra verso il quale ci è dato di vedere sino a che punto l'uomo sia ancora l'essere ‘in fieri\ il grande assente, constatando come egli abbia si può dire appena incominciato ad essere davvero se stesso [ovvero... Dio]» (p. 180; qui i neretti sono nostri).
Fu la «primitiva comunità cristia­na» ad applicare per la prima volta a Gesù il Salmo 2: «Tu sei mio Figlio, oggi t’ho generato. Chiedimi, e in ere­dità ti darò le genti». Questa appli­cazione — ci spiega Ratzinger — in­tendeva esprimere soltanto la convin­zione che «a colui che intravvide il significato della vita umana non nella potenza e nell'auto-affermazione, bensì nel radicale esistere solo per gli altri, dimostrando anzi con la croce d'incar­nare l'essere per gli altri, a costui — dico  e solo a costui Dio ha detto: “Figlio mio sei tu; oggi t’ho generato”» e Rat­zinger precisa: Tu sei mio Figlio; oggi
ossia in questa situazione [sulla croce] — t'ho generato» e conclude:
Non c’è cosa che Cristo ami tanto in questo quanto la libertà della Sua Chiesa.
Sant’Anselmo d’Aosta

«L'idea del Figlio di Dio è entrata in questa maniera e in questa forma nell’ interpretazione della croce e della risur­rezione basata sul Salmo 2, inserendosi nella professione di fede in Gesù di Nazareth» (pp. 172-173).
E può bastare per ora.

Il capovolgimento


Per Ratzinger, dunque, Gesù non è Dio perché Figlio naturale di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli, «ge­nerato, non creato, consustanziale al Padre», perché la sua Persona con­divide ab aetemo l’infinita natura di­vina e quindi ne possiede le infinite perfezioni, ma è un uomo che «é venuto a coincidere con Dio» allorché sulla croce ha incarnato l’ «essere per gli altri», l’«altruista per antonomasia». Egli, pertanto, si distingue da noi e dagli altri uomini solo per il grado di sviluppo umano attinto e non per l’abisso che separa Dio dall’uomo, il Creatore dalla creatura. La cristologia della Chiesa è da Ratzinger rigettata come una «trionfalistica cristologia del­la glorificazione... una cristologia sde­gnosa la quale non saprebbe che farsene d'un uomo [sic!] crocifisso e ridotto al rango di servo, per cui invece di ac­cettarlo si creerebbe nuovamente un mito ontologico di Dio» (p. 178). Alla «cristologia della glorificazione», che crea «un mito ontologico di Dio», Rat­zinger oppone la sua «cristologia del servizio», che egli asserisce di trovare nel Vangelo di San Giovanni, e per la quale «Figlio» significherebbe unicamente «servo perfetto» (v. pp. 142- 143).


Di contro, l’uomo Gesù, che per il suo servire perfetto, è venuto a «coin­cidere con Dio», rivela all’uomo che l’uomo è un Dio in fieri e che tra l’uomo e Dio perciò vi è essenziale identità. E, travisando anche Dante, Ratzinger ci dice che questa sarebbe «la commo­vente conclusione della “Divina Com­media” di Dante, allorché egli, contemplando il mistero di Dio, scorge con estatico rapimento la propria imma­gine, ossia un volto umano, esattamente in centro all'abbagliante cerchio di fiam­me formato da “l'amore che move il sole e l’altre stelle» (p. 149).

La conferma inequivocabile

Che questo è il pensiero di Rat­zinger viene confermato, ancora una volta, ed in modo inequivocabile, dalla concezione di Cristo come «ultimo uomo» esposta a partire da p. 185. Qui Ratzinger forza un altro passo della Sacra Scrittura (e precisamente San Paolo), incurante affatto che l’esegesi cattolica nei passi che hanno attinen­za col dogma deve stare al senso che sempre ne ha ritenuto la Santa Madre Chiesa: «... tutt'altro aspetto — egli scrive—presentano le cose, quando si è afferrata la chiave dell’argomentazio­ne paolina, che ci insegna a compren­dere Cristo come V ‘ultimo uomo' (e- schatos Adam: I Cor. 15, 45), vale a dire come Vuomo definitivo, che introduce l'uomo nel suo futuro, consistente nel fatto che egli non è soltanto uomo, ma forma invece un tutto unico con Dio» (p. 185, il neretto è nostro). E, subito dopo sotto il titolo «Cristo, l’ultimo uomo» prosegue:
«Siamo ora giunti al punto da poter tentare di esporre, in maniera rias­suntiva, che cosa intendiamo dire allor­ché affermiamo: “Io credo in Gesù Cri­sto, Figlio unigenito di Dio e Signore nostro”. Dopo le considerazioni da noi sin qui fatte, possiamo dire innanzitutto questo: la fede cristiana crede in Gesù di Nazareth, vedendo in lui l’uomo e semplare (così infatti si può sostan­zialmente tradurre, rendendone bene Videa, il succitato concetto paolino di 'ultimo Adamo') [che, invece, vuol dire soltanto il “secondo Adamo”, capo dell’umanità redenta, in contrapposi­zione al “primo Adamo”]. Ma appun­to in quanto uomo esemplare, nor­mativo, egli travalica i confini dell’ umano; solo così e solo in virtù di questo, egli è davvero l'uomo esempla­re» (pp. 185-186; il neretto è nostro). E il motivo sarebbe questo:
«l’apertura verso il Tutto, l'Infinito, è la componente costitutiva dell' uomo. L'uomo è davvero tale perché si erge infinitamente alto sopra se stesso; e di conseguenza è tanto più uomo, quanto meno è chiuso in se stesso, quanto meno è \limitato '. Allora però — ribadiamolo ancora una volta — l'uomo al mas­simo del suo potenziale, anzi il vero uomo, è proprio colui che è svincolato al massimo, colui che non solo sfiora l’infìnito — l'Infinito! — ma fa tutt’uno con esso: Gesù Cri­sto In lui il processo di 'umanazione’ ha veramente raggiunto il suo traguar­do» (pp. 186-187; ineretti sono nostri).

Il «merito» di Teilhard


E, quasi a toglierci ogni dubbio sia sul suo pensiero che sulle «fonti» della sua «teologia», Ratzinger si appella al più tristo e sfrontato tra i «nuovi teologi», Teilhard de Chardin, il ge­suita «apostata» (R. Valnève): «Va ascritto a grande merito di Teilhard de Chardin il fatto di aver ripensato queste connessioni nel quadro moderno del mondo, riassestandole in maniera nuo- .va» (p. 187). Seguono numerose te­stuali citazioni dalle opere di Teilhard.
, A noi basterà riportare l’ultima, che è anche la conclusione:
«il flusso cosmico si muove “in direzione d'uno stadio inimmaginabile, qua­si 'monomolecolare'..., in cui ogni Ego... è destinato a raggiungere il suo punto di culminazione in una specie di Super- Ego". L’uomo in quanto ‘io' è sì un termine: ma l'orientamento assunto dal moto dell'essere e dalla sua propria esistenza ce lo mostra contemporanea­mente come una figura che s’inquadra in un ‘Super-io', il quale non lo spegne, ma lo abbraccia; ora, è soltanto in questo stadio di unificazione che può apparire la forma dell'uomo futuro, nella quale il fattore umano potrà dirsi giunto al suo traguardo [la perfètta “umanazione’ detta solo impropria­mente divinizzazione o “soprannatu­rale”]» (p. 189). E questo delirio monistico-panteistico sarebbe per Rat­zinger incredibile, ma vero — il contenuto della... cristologia di San Paolo! «Crediamo — egli conclude — si possa tranquillamente[sic!] ammet­tere che qui, prendendo le mosse dall’ odierna concezione del mondo e certo con un vocabolario di sapore talvolta un tantino troppo biologico [solo questo!] si è però in sostanza afferrata e resa nuovamente comprensìbile Vimposta- zione della cristologia paolina» (p. (p. 189). E subito dopo: «La fede vede in Gesù l'uomo in cui — parlando in termini derivanti dallo schema biolo­gico —è come se risultasse già attuato il prossimo balzo evolutivo [...]. Stando così le cose, la vera fede vedrà in Cristo l’inizio d’un movimento nel quale l’umanità fra­zionata viene gradualmente ricom­posta e riassorbita nell’essere dell’ unico Adamo, nell’unico ‘corpo’ dell’uomo escatologico. Vedrà sem­pre in lui l’avvio verso quel futuro dell’uomo, in cui questi verrà in­tegralmente ‘socializzato’, incor­porato in un’unica entità» (pp. 189- 190).
Siamo al perfetto capovolgimento della Fede cattolica: non Dio si è fatto uomo, ma l’uomo si è manifestato Dio in Gesù Cristo.

Le «fonti»


Come è giunto Ratzinger ad un sif­fatto capovolgimento? Ce lo spiega il card. Siri in Getsemani - Riflessioni sul movimento teologico contemporaneo, Roma 1980. Il «monismo cosmico» o «idealismo antropocentrico» o «antro­pocentrismo fondamentale», nel quale Ratzinger dissolve la teologia, è lo sbocco obbligato dell’errore del De Lubac circa il soprannaturale implicato nel naturale onde il «soprannaturale» viene necessariamente a coincidere col massimo sviluppo della natura umana: «Rivelando il Padre — scrive il de Lubac — ed essendo rivelato da lui, il Cristo finisce di rivelare l’uomo a se stesso. [...] Per il Cristo la persona è adulta, l’Uomo emerge definitiva- ente dall’universo» (H. de Lubac Catholicisme ed. du Cerf, Paris 1938 IV ed. 1947, pp. 295-296). È esat­tamente la «cristologia» di Ratzinger in embrione. Anche il card. Siri si domanda: «Quale può essere il signi- ficatO'di questa affermazione? 0 Cristo è unicamente uomo, o l'uomo è divino» (Getsemani - Riflessioni sul movimento teologico contemporaneo p. 56). Noi aggiungiamo che il «soprannaturale» che si esplica dal naturale è anche al centro della «nuova filosofia» del Blon­del, il quale spiega il «consordum di- vinae naturae», la partecipazione dell’ uomo alla divina natura come un «re­stituire per così dire Dio a Dio in noi» (Lettera al de Lubac 5 aprile 1932).
L’errore del de Lubac (e del Blon­del) — dimostra Siri — matura ulte­riormente in K. Rahner S. J., il quale si domanda se «si può addirittura tentare di vedere la unio hypostatica nella linea di questo perfezionamento assoluto di ciò che è nell’uomo »(citato da Natura e grazia in Getsemani p. 73). La risposta positiva, prima che in Ratzinger, è nello stesso Rahner, il quale «altera radicalmente il pensiero e la fede della Chiesa a proposito del mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio in Gesù Cristo come è espresso nel Vangelo e nella Tradizione» (Siri op. cit p. 79) e lo       altera esattamente nel senso in cui lo altera Ratzinger (v. Siriop. cit pp. 76 ss.), il quale Ratzinger di K. Rahner fu e rimane, nonostante qualche marginale presa di distanza, sostanzialmente discepolo (ne fu anche fedele collaboratore durante il Concilio: v. R. Wiltgen: Le Rhin se jette dans le Tibre). In Rahner - scrive il card. Siri - «appare chiaramente un’antropologia fondamentale che non soltanto concor­da con il pensiero del P. de Lubac, ma lo supera in modo da trasformare nella coscienza degli adepti della nuova teo­logia articoli di fede come per esempio quelli dell'Incarnazione e dell’Immaco­lata Concezione» (op. cit p. 73). E ancora: «quando si pensa e quando ci si esprime in modo da porre postulati come quello dell'identità dell'essenza di Dio e dell’uomo [appunto è postulato della "cristologia" di Ratzinger] che capovolgono la dottrina sorta dalla Ri­velazione, non seguiamo il filone della verità, ma quello dell’errore [o, più esattamente, dell'eresia] [...] Ecco do­ve si arriva se si parte da un [erroneo] concetto riguardante un grande miste­ro, come il mistero del soprannaturale, artificialmente presentato (dal de Lubac e compagni) come facente parte della dottrina della Chiesa... Gli uni dopo gli altri tutti i princìpi, tutti i criteri e tutti i fondamenti della fede sono stati messi in questione e si sfaldano» (op. cit pp. 74 8. e p. 82).

«Sulla via della fantasia, dell’ errore e dell’eresia» il ritorno al modernismo.

Il card. Siri fa eco al padre Garri- gou-Lagrange O. P., che già nel 1946 aveva così riassunto la «cristologia» della «nouvelle théologie»:
«... il mondo materiale si sarebbe evoluto verso lo spirito e il mondo spi­rituale si evolverebbe naturalmente, per dir cosi, verso l’ordine soprannaturale e verso la pienezza del Cristo. Cosi V Incarnazione del Verbo, il Corpo mi­stico e il Cristo universale sarebbero momenti dell’Evoluzione... Ecco che co­sa resta dei dogmi cristiani in questa teoria che si allontana dal nostro Credo nella misura in cui si avvicina all evoluzionismo hegeliano» (iLa nouvelle théologie où va-t-elle?). E il grande teo­logo domenicano aveva lanciato il suo grido d’allarme: «Dove va la “nuova teologia”? Ritorna al modernismo... per la via della fantasia, dell’errore, dell’ eresia» (ivi). Ratzinger asserisce, ripe­tendo il vecchio gioco dei suoi «mae­stri», che questo delirio monistico- panteistico, oltre che nella «cristologia paolina» (interpretata da Teilhard), sarebbe reperibile nelle «più vetuste professioni di fede» e nel Vangelo di San Giovanni (pp. 179 s.) e ci ren­derebbe «chiaro» il vero «senso»dei dogmi di Efeso e di Calcedonia (p. 179). Questa asserzione, però, oltre ad essere affatto insostenibile, costitui­sce di per se stessa un’altra gravissima eresia. Se così fosse, infatti, dovrem­mo dire che la Chiesa, infallibile per promessa divina, dopo i primi secoli (e fino alla «nuova teologia») ha... per­duto la memoria, dimenticando il sen­so della dottrina di San Paolo, del Vangelo di San Giovanni, delle più vetuste professioni di fede e dei dom­ini cristologici e della stessa divina Rivelazione!
La triste realtà è ben altra: Ratzin­ger riprende, spesso letteralmente, co-, me abbiamo dimostrato, i «maestri» della «nuova teologia» e con essi, ab­bandonata la«filosofia dell’essere» per la filosofia del «divenire», ripudiati la Tradizione e il Magistero, cammina «tranquillamente» (per usare un ter­mine che egli ama) «sulla via della fantasia, dell’errore, e dell’eresia» ri­tornando al modernismo, che «in Cri­sto non riconosce nulla più che un uomo», sia pure «di elettissima natura, quale mai altro simile si vide né mai si troverà», e, di contro, nell’uomo vede un Dio, perché«ilprincipio della fede è immanente nell’uomo... questo princi­pio è Dio» e pertanto«Dio è immanen­te nell’uomo»; per alcuni modernisti in senso panteistico, «il che è più coerente
scrive San Pio X — col rimanente delle loro dottrine» (San Pio X Pascendi).
Per necessità (abbiamo solo un ar­ticolo da opporre ad un libro zeppo di «fantasie», «errori» ed «eresie») ab­biamo limitato la nostra attenzione alla «cristologia» di Ratzinger. Il lettore, però, può ben capire che, alterato questo punto fondamentale della teo­logia, tutto il resto ne risulta alterato: , la soteriologia (la «soddisfazione vi­caria» sarebbe solo un’infelice inven­zione medievale di Sant’Anseimo d’ Aosta!), la mariologia (la concezione verginale resta nelle nebbie e di mater­nità divina, coerentemente, neppure si parla) e via via tutti gli articoli del Credo, che Ratzinger illustra nella sua Introduzione al Cristianesimo, che più propriamente dovrebbe intitolarsi In­troduzione all’apostasia.

Il Prefetto


Il prefetto Ratzinger ha forse smen­tito il teologo Ratzinger? Tutt’altro. Le sue opere «teologiche», ivi compresa Introduzione al Cristianesimo, conti­nuano ad essere ristampate immutate; il prefetto Ratzinger non ha mai rite­nuto di dover correggere o ritrattare alcunché. Sulle sue opere «teologiche» potranno continuare a formarsi altre «generazioni di chierici», che ignore­ranno la teologia cattolica e stravol­geranno le più elementari verità di Fede cattolica.
Il prefetto Ratzinger fa anche di più: tiene sotto il suo patrocinio e collabora ufficialmente alla rivista Com­munio, organo di stampa di «quelli che pensano di aver vinto», della quale Communio è stato fondatore insieme con de Lubac e von Balthasar. Il 28 maggio 1992
Ratzinger, forte del suo prestigio di Prefetto per la Fede, po­teva celebrarne il ventennale addirit­tura in Roma, nell’aula magna della Gregoriana, dinanzi ad una folta platea di cardinali e di professori delle facoltà teologighe romane. Communioviene stampata in più lingue e, sotto il patro­cinio del Prefetto della Congregazione per la Fede, indica ufficiosamente, ma chiaramente al Clero dei vari Paesi la linea voluta da «Roma»: quella del Blondel, del de Lubac e del von Bal­thasar, la «via dell’errore, della fan­tasia, dell’eresia» (la «ragnatela» la chiamò 30 Giorni, dicembre 1991, sen­za avvertire, però, l’esattezza del ter­mine).


Il «gioco delle parti»

E forse un caso, poi, che i collabo­ratori di Communio stanno man mano ' occupando le sedi episcopali che si rendono vacanti? Il Sabato (6 giugno 1992) in un articolo celebrativo del ventennale di Communio scriveva: «Sonopassati vent’anni Communio ha vinto la sua partita. Almeno sotto il profilo della battaglia per l’egemonia ecclesiastica Ai tre teologi “dissidenti” che quella sera, in via Aurelia, ne tennero a battesimo l’idea, la Chiesa ha ' concesso il premio più prestigioso: il cappello cardinalizio.
Ma c’è stata gloria per tutti I più bravi collaboratori di Communio sono stati promossi vescovi!f I tedeschi Karl Lehmann e Walter Kasper, l’italiano Angelo Scola, lo svizzero Eugenio Corecco, l’austriaco Cristoph Schonborn,il francese André-Jean Léonard, il brasiliano Karl Romer. Una schiera di vescovi-teologi, il cui influsso nella Chiesa va ben oltre la rispettiva giuri­sdizione diocesana Vera think tank della Chiesa di Karol Wojtyla».
Ed è forse un caso che, invece, «le cattedre teologiche vengono egemoniz­zate dai colleghi di “Concilium”»? (30 Giorni dicembre 1991). Non è forse il prefetto Ratzinger che ve li lascia in­disturbati ed impuniti? E non corri­sponde tutto ciò perfettamente al con­cetto modemistico dell’autorità espo­sto da San Pio X nellaPascendi e da noi colto sulle labbra di mons. Monti­ni nel colloquio con Jean Guitton (v. si si no no 15 marzo u. s. p. 3). Per i modernisti — spiega San Pio X — l’evoluzione dottrinale nella Chiesa «è come il risultato di due forze che si com­battono, delle quali una è progressiva, l’altra conservatrice» e l’esercizio della forza conservatrice «è proprio dell’au­torità religiosa», mentre alla forza pro- essiva spetta stimolare l’evoluzione, dunque logico, secondo la logica modernistica, che gli ultraprogressisti di Concilium e i «moderati» di Com­munio si siano divisi i compiti: ai collaboratori di Concilium, come alla «forza progressiva», le Università, il campo della «ricerca» teologica, l’«e- gemonia» culturale ed ai collaboratori di Communio, come alla «forza conser­vatrice», l’autorità religiosa, l’«egemo- nia ecclesiastica». Nessuna illusione dunque: attualmente non vi è più nes­suna lotta tra «cattolici liberali» e «cattolici conservatori»; i «conserva tori» ossia i cattolici tout court sono stati cancellati dal quadro ecclesiasti­co ufficiale; la lotta è tra modernisti che traggono fino in fondo le conclu­sioni dai loro erronei princìpi e moder­nisti «moderati» e non si tratta di vera lotta, bensì di scaramucce o più esat­tamente di un «gioco delle parti».

Roma occupata dai
«nuovi teologi»

Quale elemento trainante del car­rozzone della «nuova teologia», il pre­fetto Ratzinger ha affollato Roma di «nuovi teologi», e particolarmente la Congregazione e le Commissioni da lui presiedute. È così che a «promuovere la sana dottrina»sotto la prefettura' del card. Ratzinger troviamo, tra gli altri, nella Congregazione per la Fede un vescovo Lehmann, che nega la Re­surrezione corporea di Gesù (ma anche per Ratzinger Gesù è «colui che è morto in croce e agli occhi della fede [sic] è risuscitato» p. 172), un Georges Cot- tier 0. P., «grande esperto» di mas­soneria e«fautore del dialogo tra Chie­sa e Logge», un Albert Vanhoye S. J. per il quale «Gesù non era sacerdote» (ma non lo è neppure per Ratzinger e per il suo «maestro» Rahner), un Mar­cello Bordoni, per il quale restare ancorati al dogma cristologico di Cal- cedonia è un’intollerabile «fissismo» (ma lo è anche per Ratzinger; v. per Lehmann si' si nono 15 marzo u. s., per Cottier 29 febbraio 1992, per Vanhoye marzo 1987, per Bordoni 15 feb­braio u. s.).
È così che nella Pontificia Commis­sione Biblica, risorta dal suo lungo letargo e della quale il prefetto Ratzin­ger è ex officio Presidente, si sono suc­ceduti come Segretario un Henri Ca- zelles sulpiziano, pioniere dell’esegesi neomodernistica, la cui Introduction à la Bible fu, a suo tempo, oggetto di censura da parte della Congregazione romana per i Seminari (v. sì sì nono 30 aprile 1989), e poi ancora il sullodato
Albert Vanhoye S. J., mentre tra i membri troviamo un Gianfranco Ravasi, che fa pubblicamente scempio della Sacra Scrittura e della Fede, e un -Giuseppe Segalla che nega a Giovanni il suo Vangelo e divulga il criticismo più spinto (v. sì sì no no a. IV n. 11 p. 2).
È così che nella commissione teolo­gica internazionale, di cui Ratzinger è Presidente e i cui membri sono eletti su sua proposta, figurano, tra gli altri, il vescovo Walter Kasper, per il quale quei testi evangelici «dove si parla di un Risorto che viene toccato con le mani e che consuma dei pasti coi discepoli», sono«affermazioni piuttosto grossola­ne... che corrono il pericolo di giusti­ficare una fede pasquale troppo “roz­za”» (ma anche Ratzinger non ama una «descrizione massiccia e corporea della risurrezione»: v. Introduzione al Cri­stianesimo p. 252; per Kasper v. Gesù, il Cristo, Queriniana, Brescia, VI edi­zione, p. 192), il vescovo Cristoph Scònbom O. P., segretario redazionale del nuovo «Catechismo» e che nel primo anniversario della morte di von Balthasar ne celebrò la super-Chiesa ecumenica, la «Catholica» non cattoli­ca, nella chiesa di Santa Maria a Basi­lea (v. H. U. von Balthasr Figura e opera ed. Piemme, pp. 431 ss.), il vescovo André-Jean Léonard, «hegeliano... Vescovo di Namur, responsabile del Seminario di Saint Paul dove Lustiger invia i suoi seminaristi [tutto in famiglia!]» (30 Giorni dicembre 1991 ’ p. 67) ecc. ecc.
  
Con discrezione e senza

Che dire, poi, dei modi più «discre­ti», ma non meno efficaci, con cui il prefetto Ratzinger promuove la «nuo­va teologia»? Walter Kasper è eletto Vescovo di Rottenburg-Stoccarda Stuttgart? Il suo «vecchio collega» Ratzinger gli scrive: «Per la Chiesa cattolica in un periodo turbolento, Lei è un dono pre­zioso» (30 Giornimaggio 1989). Urs von Balthasar muore la sera prima di ricevere la «meritata onorificenza del cardinalato»? Il prefetto Ratzinger tie­ne personalmente il discorso funebre nel cimitero di Lucerna, additando nel defunto un teologo «probatus»:
«quello — dice — che il Papa voleva esprimere con questo gesto di ri­conoscimento, anzi di onore, rimane valido: non più soltanto dei singoli, dei privati, ma la Chiesa nella sua respon­sabilità ministeriale ufficiale [sic!] ci dice che egli fu un autentico maestro di fede, una guida sicura verso le fonti dell acqua viva, un testimone della Pa­rola, dal quale noi possiamo appren­dere Cristo, apprendere la vita» (ri­portato inH. U. von Balthasar Figura e Opera a cura di Lehmann e Kasper, ed. Piemme pp. 457 s).
Il prefetto Ratzinger, inoltre, pa­trocina in prima persona l’apertura in Roma di un «centro di formazione per candidati alla vita consacrata», forma­zione «ispirata alla vita e alle opere di Henri de Lubac, Hans Urs von Baltha­sar e Adrienne von Speyr» (30 Giorni agosto-settembre 1990).
Infine, e per contenere nei limiti del necessario il nostro discorso, il pre­fetto Ratzinger ha presentato alla stam­pa l’«Istruzione sulla vocazione eccle­siale del teologo», sottolineando che questo documento «afferma — forse per la prima volta con questa chiarezza
che ci sono decisioni del magistero, che non possono essere un ultima pa­rola sulla materia in quanto tale, ma sono in un ancoraggio sostanziale nel problema innanzitutto anche un’espres­sione di prudenza pastorale, una specie di disposizione provvisoria»
(L'Osservatore Romano 27 giugno 1990 p. 6) ed ha portato quale esempio di«disposizioniprovvisorie» oggi «neipar­ticolari delle loro determinazioni conte­nutistiche... superate»: 1) le «dichiara­zioni dei Papi del secolo scorso sulla libertà religiosa»; 2) le «decisioni anti- modemistiche dell’inizio di questo se­colo»; 3) le«decisioni della Commis­sione biblica di allora»', in breve: i tre baluardi opposti dai Romani Pontefici al modernismo in campo sociale, dot­trinale ed esegetico.
È necessario aggiungere altro per dimostrare che il prefetto Ratzinger è in perfetta sintonia col «teologo» Rat­zinger? Sì, dobbiamo aggiungere che Elio Guerriero, caporedattore di Communio, è perfettamente d’accordo con noi su' questo punto. Illustrando la vittoriosa avanzata della «nuova teo­logia» su Jesusaprile 1992 scriveva: «Sempre a Roma va sottolineato il lavoro svolto da Joseph Ratzinger sia come teologo che come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede». Dopo di che del «restauratore» Ratzinger non resta che il mito.

Il mito del «restauratore»


Come questo mito sia potuto na­scere (se poi a bella posta alimentato è un altro discorso) non è difficile da comprendere.
Nella Prefazione all’Introduzione al Cristianesimo, ad esempio, Ratzinger scrive:
«Il problema di sapere esattamente quale sia il contenuto e il significato della fede cristiana è oggi avvolto da un nebuloso alone d'incertezza, che è fitto e spesso come forse mai prima d’ora lo è stato nella storia». E questo perché «chi ha seguito almeno un po’ il mo­vimento teologico del decennio a noi più vicino, e non appartiene alla schiera di quegli scervellati che considerano sem­pre e sistematicamente il nuovo come automaticamente migliore», si doman­da preoccupato se la «nostra teologia... non è andata forse gradualmente inter­pretando in scala discendente la riven­dicazione della fede, che sembrava trop­po oppressiva, semplicemente perché niente d’importante pareva con ciò per­duto, ma ne rimaneva anzi sempre ancora tanto da poter subito dopo osare un altro passo in avanti» (p. 7).
Quale cattolico, che ami la Chiesa e soffra dell’attuale crisi, non sottoscri­verebbe simili affermazioni? C’è già in questa Prefazione, rimasta immutata dal 1968, quanto basta per creare intorno a Ratzinger il mito del «restau­ratore». Ma che cosa oppone Ratzin­ger alla progressiva demolizione della Fede perpetrata dalla teologia con­temporanea? Oppone l’... assoluzione globale di quella medesima teologia della quale — egli afferma — «non si può asserire... onestamente che... presa nel suo complesso, abbia imboccato una rotta del genere». E soprattutto op­pone, quale correttivo, il medesimo ripudio della Tradizione e del Magistero, per il quale la teologia degli ultimi decenni è giunta ad avvolgere «il contenuto e il significato della fede - cristiana» in un «nebuloso alone d’in­certezza... fitto e spesso come forse mai prima d’ora lo è stato nella storia».Alla deplorata tendenza sempre più ridut­tiva di detta teologìa, infatti, secondo Ratzinger, «non si potrà sicuramente ovviare ostinandosi a rimanere attacca­ti solo al metallo nobile delle formule fisse vigente nel passato, che resta in fin dei conti[non pronunciamenti solenni del Magistero, ma] pur sempre un muc­chio di metallo: un peso che grava le spalle, invece di agevolare in forza del suo valore la possibilità di raggiungere la vera libertà [che viene così a pren­dere surrettiziamente il posto della verità)» (p. 8). Che poi questa premes­sa porti altrettanto «sicuramente» là dov’è giunta la «teologia» contempo­ranea sembra sfuggire a Ratzinger. C’è però, l’intero suo libro a dimostrarlo. Già San Pio X rilevava che non tutti i modernisti erano capaci di trarre dalle loro erronee premesse le pur inevi­tabili conclusioni (v.Pascendi).
Ratzinger è sempre così: agli ec­cessi dai quali prende (spesso con battute felicemente caustiche) le di­stanze, non oppone mai la verità cat­tolica, ma un errore apparentemente più moderato e che tuttavia nella lo­gica dell’errore porta alle stesse ro­vinose conclusioni.
Come si esprime lui stesso in Rap­porto sulla Fede, Ratzinger da «equi­librato progressista» è per uri «evolu­zione tranquilla della dottrina» senza «fughe solitarie in avanti», ma anche «senza nostalgie anacronistiche» per un «ieri irrimediabilmente passato» ov­vero per la Fede cattolica lasciata «tranquillamente» alle spalle (pp. 14- 15-29). Se non ama il progressismo di punta, Ratzinger non ama neppure la Tradizione cattolica: «È all’oggi della Chiesa che dobbiamo restare fedeli non allo ieri e al domani» (Rapporto sulla Fede p. 29; i corsivi sono nel testo).
È per questo che il cattolico, che ha fede ed ama la Chiesa, potrà sotto­scrivere alcune affermazioni critiche di Ratzinger (ed anche dell’ultimo de Lubac e del von Balthasar), ma, se esamina che cosa il preteso «restau­ratore» propone al posto dei deplorati «abusi», non potrà sottoscrivere nep­pure una linea. Anche perché la china è esattamente la stessa e, sia pure dol­cemente, conduce al medesimo totale ripudio della divina Rivelazione ov­vero all’apostasia. Le opere del «teo­logo» Ratzinger stanno incontestabil­mente a dimostrarlo.

Hirpinus

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