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mercoledì 19 settembre 2012

ANTAGONISMO FRA IL CIELO E LA TERRA - R. P. Matteo Liberatore




La Civiltà Cattolica anno I, vol. II, Napoli 1851 pag. 139-155.

R. P. Matteo Liberatore D.C.D.G.

ANTAGONISMO FRA IL CIELO E LA TERRA

No; non è vero che tra il Cielo e la terra sia antagonismo [1]il disprezzo della terra non incominciò ad insegnarsi ai credenti se non da quando la Chiesa si diede a Cesare [2]. È questo il pronunziato fondamentale, l'idea più vagheggiata, la prima formola di fede de' moderni settari, promulgata autorevolmente dal supremo loro rappresentante, e con mirabile accordo ripetuta e bandita da cento bocche. Egli è sacrilegio, è stoltizia spregiar la terra in grazia del cielo, pensar che siaci opposizione o contrasto tra i beni dell'anima e quelli del corpo. Ed è incredibile a dire con quanto studio, con quanta perseveranza i dottrinanti dell'odierno progresso s'ingegnino d'inoculare nelle menti questo concetto, di scolpirlo profondamente nei cuori, di farlo passare quale articolo di cristiana credenza, quale assioma di sublime filosofia.


Per poco che si rifletta, s'intende benissimo la ragione di sì sollecito adoperare de' nostri caritatevoli riformatori. Vedemmo altra volta lo scopo loro, la delizia, il sospiro, altro non essere che il restauro dell'antica civiltà gentilesca, l'annichilamento della coltura cattolica, il compiuto ritorno al paganesimo. Comechè s'ammantino di mille frasi, si camuffino di mille veli, s'infingano con mille protesti, pure ogni arte loro vien meno, ogni color si dilegua, ogni parola li tradisce e lascia trasparire il disegno che vorrebbon nascosto, il fondo limaccioso che a più potere ricuoprono. Ora qual era l'elemento dominatore, la forma attuosa ed universale di quella prisca coltura? Il predominio della materia sullo spirito, il divinizzamento delle passioni, il culto di tutto ciò che si riferisse ai sensi, al cuore, alla fantasia, alla beatitudine terrena, eretta in norma suprema, in fine ultimo delle umane azioni.
E perciocchè non potea cancellarsi dall'animo il presentimento d'una vita avvenire, d'uno stato posteriore allo scioglimento dell'organismo, si foggiò il futuro sul tipo del presente, si concepì la beatitudine sempiterna come una proiezione interminata fatta nell'eternità dei diletti terreni, come un continuamento ed una conseguenza del ben essere temporale. Quindi la religione s'immedesimò colla civiltà, incielaronsi i più scorretti appetiti, si deificarono gl'istinti più vituperosi, si santificò quanto vi fosse di sensuale, di lusinghiero, di voluttuoso. I Numi entrano in commercio e comunanza cogli uomini, partecipando ai piaceri, agl'interessi, alle catastrofi della terra. L'elisio, soggiorno dei beati, s'immaginò a similitudine delle mortali delizie, ed ebbe luoghi ameni, liete rive, fresche verzure, ombrosi boschi, mormoranti ruscelli, amorosi zeffiri, e palagi e addobbamenti, e canti e giuochi e trastulli d'ogni maniera. La glorificazione appresso la morte non si misurò ad altro ragguaglio, da quello infuori della grandezza e della gloria goduta in vita senza veruna dipendenza o riguardo alla morale; ditalchè si videro sovente in Roma celebrati ne' tempi e nelle immagini alla divina i più sozzi tiranni, pel solo titolo d'aver vestita la clamide imperiale o d'avere sbalordite le genti col lampo delle vittorie.
Codesto materialismo intellettuale, da cui nacque poscia quella spaventevole corruzione di costumi, onde è lercia la storia del gentilesimo, non altronde s'ingenerò che dall'accordo voluto supporsi tra il corpo e lo spirito, i sensi e la ragione, la terra ed il cielo. Lasciato ogni sospetto di scambievole nimistà tra questi due elementi della vita dell'uomo, le brutali tendenze s'abbandonano sugli oggetti che le lusingano, il cuore ci si affeziona e ne resta come allacciato, la fantasia si riempie d'immagini materiali e di forme sensibili. Quando poi l'animo da quest'ordin terreno vuol sollevarsi a una sfera più alta, all'ordin delle cose soprassensibili, ei sente mancargli la lena, aver tarpate le ali, snervate le forze, ed opporsegli arcanamente una resistenza ostinata ed indomabile. S'accorge insomma d'aver subita la sorte di un incauto uccelletto che non temendo di frode si diè a discorrere liberamente pei verdeggianti rami e pei lieti poggi d'un ameno giardino, e allora soltanto s'avvede d'esser caduto nelle panie del cacciatore, quando volendo spiccare un volo sentesi impastoiate le ali, e reso inabile ad agitarle. La dottrina dunque de' nostri riformatori non è che la fedel riproduzione d'un concetto pagano, e propriamente di quello, che attaccando l'uomo alla terra ne radica quivi l'affetto, ne diffonde lo spirito al di fuora tra gli obbietti visibili, ne estingue a poco a poco il sentimento della vita interiore, ne attuta le forze intellettuali e morali, gli rende malagevolissimo, se non anche impossibile, l'ergersi al cielo. Dottrina però che ha per obbietto la terra, per pascolo le passioni, e che è figlia legittima del razionalismo, insinuato da Satana al primo padre, e che dopo essersi propagato e svolto nel gentilesimo venne in seguito risuscitato dall'eresia luterana e promosso dalla deistica filosofia. Dottrina per conseguenza di origine impurissima, incapace di fruttare altro che mali, e che a buon diritto può qualificarsi con s. Giacomo Apostolo per terrena, animalesca, diabolica [3].Tuttavia a trarre i semplici nelle sue reti essa cerca nascondersi sotto oneste sembianze, allegando con piacevoli detti non pretendere altro che armonizzar la terra col cielo, riunendoli insieme con amichevole nodo.
Havvi sì un accordo possibile tra questi due antagonisti, accordo sublime e magnifico  di cui appresso ragioneremo in un altro articolo. Ma esso è frutto della grazia, è comperato colle vittorie, non è germoglio delle guasta natura goduto per via di pace neghittosa, quale cel persuadono codesti nuovi maestri, e che a mirare direttamente non cagiona altro effetto fuorchè di svigorire gli spiriti e abbandonarli sul pendìo della corruzione. La follìa di costoro è figlia dei deliri sansimoniani, vagheggianti la riabilitazion della carne, come essi dicono; aggiungendo con nefanda bestemmia, che in ciò vuoi compiersi l'opera cominciata da Cristo, il qual redense il solo spirito dell'uomo, lasciando schiava la carne. Ad essi poi spettare il còmpito di recar libertà e redenzione anche a questa; sicchè l'una e l'altra godano insieme senza astiarsi o limitarsi a vicenda, ma avendo come sante e intimazioni di Dio le tendenze e gli appetiti di entrambi.

II.

Per opposito la grande idea del Cristianesimo, l'idea madre, l'idea riformatrice, ond'egli ha rigenerato l'universo morale, è stata quella di staccare l'animo umano dai beni caduchi e rivolgerlo agl'immortali; di rappresentarci sempre la vita presente come un campo di battaglia in cui ferva del continuo la mischia tra la carne e lo spirito, la terra ed il cielo, il mondo e Cristo. Ogni pagina del Vangelo, ribocca di questi sensi. Chi vuol venire dopo me rinneghi sè stesso [4]. Ecco la prima condizione, fondamentale, indispensabile, che Cristo richiede in chi vuoi divenirgli seguace: l'abnegazione di sè medesimo, val quanto dire delle proprie concupiscenze. E nel suo celebre sermone del monte, dove tutta espose la nuova sapienza che veniva ad insegnar sulla terra, chi furon quelli ch'ei nomò beati? Non altri che i poveri, gli oppressi, i famelici, coloro che piangono, che son per lui maledetti, che patiscono persecuzioni a motivo della loro giustizia [5]. Addottrinato a questa scuola l'apostolo Giovanni, non vogliate amare il mondo, ci dice nella sua prima epistola [6]nè le cose che sono nel mondo; chi ama il mondo in lui non alberga la carità di Dio Padre. Alle quali solenni parole facendo eco San Paolo intima ai fedeli di dispregiare i beni mortali: fratelli miei, se siete risorti con Cristo, cercate ed assaporate le cose celesti, non le terrene: Fratres si consurrexistis cum Christo quae sursum sunt quaerite; ... quae sursum sunt sapite, non quae super terram [7]. Potevano usarsi formole più espressive e più chiare? Chi vi dice non amate, non cercate le cose terrene, vi dice in altri termini: disprezzatele. E che altro è il disprezzo d'una qualche cosa, se non il non curarsene, il non farne conto veruno? E che altro suona il non far conto se non il non amare coll'affetto, non cercare coll'opera? Che se l'uno e l'altro sugli ammaestramenti di Cristo c'insegnan gli Apostoli, fate ragione quanta verità e quanta cognizione della dottrina Evangelica abbia chi dice che il dispregio della terra non cominciò ad insegnarsi ai credenti se non da quando la Chiesa si diede a Cesare. Siccome questo dispregio cominciò veramente ad insegnarsi nel mondo da che Cristo fondò la sua Chiesa, l'opposta dottrina da costoro voluta non può altra essere se non quella del paganesimo; perocchè eziandio a quei tempi di corruzione ed ignoranza i più nobili e sublimi intelletti conobbero la lotta de' due contrastanti elementi ed insegnarono almeno colle parole nulla esservi di più necessario all'uomo quanto l'assoggettare il corpo allo spirito e rendere gli appetiti alla ragione.
La vita dell'uomo sulla terra è una milizia [8]non sarà coronato se non chi legittimamente guerreggia [9]. Or questo concetto di milizia e di guerra tornerebbe ridicolo, se non ci fossero nemici da combattere, armi da cingere, pugne da sostenere. Pertanto qual è codesto nemico? Il genio del male, deliberato di guastare e perdere la divina immagine in noi scolpita. Fratelli miei siate sobrî e vegliate sopra di voi, perocchè il diavolo, vostro avversario, va in giro assiduamente cercando cui divorare [10]. E di quali strumenti si vale egli a combatterci? Delle perverse inclinazioni del senso e degli smodati affetti del cuore. D'onde in voi sorgono guerre e litigi? non appunto dalle concupiscenze che militano nelle membra vostre [11]? Ecco l'oste cui solda il nemico. E quest'oste [= esercito nemico, sost. di genere femm. N.d.R.] divisa in triplice schiera, nella concupiscenza cioè della carne, nella cupidigia degli occhi vagheggianti la lucentezza dell'oro, nell'alterigia della vita forma quel mondo che, attirando l'uomo alla terra, sta in continua guerra con Cristo che cerca di sollevarlo al cielo. Cielo dunque e terra sono in aperta opposizione e contrasto, giacchè a rispetto dell'una e dell'altro noi vediamo sforzi contrari, tendenze opposte, scopi avversi e in fra loro cozzanti.
Io domando se sia possibile abbattimento o lotta dove si trovi subordinazione spontanea, dipendenza amichevole, graduazione di forze e di agenti l'uno obbediente al correggimento dell'altro. Niuno il dirà, essendo troppo evidente che questo ci porgerebbe anzi concetto di tranquillità e di pace, la quale secondo la bellissima definizione di s. Agostino dimora appunto nella stabilità dell'ordine. Perchè dunque nella vita umana si rompa guerra, egli è mestieri supporre dilibrate [= uscite di libramento, sbilanciate, scompensate N.d.R.]le nostre propensioni, guasta l'armonia tra gl'istinti che ci sospingono, e tra i beni che di sè c'inamorano. E siccome due sono le categorie di questi beni, i terreni cioè ed i celesti, i temporanei, e gli eterni, secondo che duplice è l'elemento onde consta la natura dell'uomo, e due le vite a cui egli è ordinato, la presente e l'avvenire, così tra queste convien che s'intenda opposizione e contrasto. Se così non fosse, se gl'integrali [=elementi costitutivi, N.d.R.] del ben essere di quaggiù fossero in accordo colla felicità sempiterna, egli è chiaro che niuna tenzone esister dovrebbe tra le varie tendenze dell'uomo, ma in quella vece amistà e pace giocondissima, assaporamento anticipato di quella tanto più sereno, che a lui è serbata nel futuro interminabile possedimento del sommo bene.
Ma questa fu perfezione dell'uomo innocente, fu prerogativa dello stato anteriore alla colpa del primo padre. Iddio abbellendolo di giustizia originale e sollevandolo in un colla futura progenie ad una destinazione che trascendeva tutto l'ordine della natura, il fregiò di tale un temperamento nelle parti componenti la sua personalità, che attutato [= mitigato, smorzato N.d.R.] il fomite della concupiscenza il corpo sottostasse allo spirito, i sensi alla ragione, e tutto l'uomo goder potesse d'incorruzione non men morale che fisica. In quello stato di graziosa elevazione, in quell'armonico conserto d'istinti, in quel primo sorriso di natura, rinvigorita dal potente soffio di Dio, tutto era lietezza, pace, giocondità. L'uomo ti rendeva immagine di un saldo e ben corredato naviglio che veleggiando le liete onde d'una tranquilla marina al soffio di placidi venticelli s'incamminava al porto d'un'isola avventurata.
Senonchè il repentino impeto d'un aquilone di lato investendolo il fe' sbattere furiosamente in uno scoglio, e addensandogli intorno nell'aria nerissimo nugolato e mettendo d'ogni parte in tumulto e in bollimento le acque lasciollo in balìa d'una sformata tempesta. Talmente che la misera nave, col fianco lacero, coi remi infranti, con le sarte spezzate, stracciate le vele, tra il furor dei marosi e il tenebrìo della bufera a grave stento e sempre lottando può seguitare il viaggio con presentissimo rischio di perdersi ad ogni stante. La prevaricazione del primo uomo turbò l'ordine da prima stabilito, mise in soqquadro le nostre potenze, ci ribellò i sensi allo spirito, ci ritornò alla nativa corruzione degli elementi che compongono la nostra carne. Da quel momento l'uomo apparve come diviso in due, si trovò sottoposto a perpetue contraddizioni, ad assidue intestine battaglie. Da una parte sete ardentissima di verità e di luce, dall'altra fitte tenebre e continue spinte all'errore. Da una parte accese brame dell'onesto, virtuose propensioni, slancio sublime verso un bene soprassensibile ed eterno; dall'altra, sozza fame del dilettevole, istinti infrenabili, scorrette voglie e non mai paghe di piaceri caduchi e sensibili. Nella medesima personalità, nella stessa una ed identica natura, due lottatori si levarono a disputarsi l'impero delle libere azioni. L'uno pieno d'altezza d'animo, d'indole generosa, vago di ragioni obbiettive, benefico, costante, d'affetti nobili, di vedute ideali. L'altro inchinevole al basso, di sentimenti egoistici e subbiettivi, cupido, disdegnoso, anelante a ciò solo che lusinga la propria carne e si racchiude tra gli angusti confini del tempo e dello spazio. Una doppia legge in fine si sentì imperare ad un tempo ed imporre opportunissime prescrizioni; la legge cioè dello spirito, della parte incorruttibile ed eterna; la legge del corpo, della materia, della porzione animalesca e terrena. E quantunque sia ragionevole e giusto che si obbedisca alla prima; tuttavia la seconda orribilmente ci assorda, ci strazia, fa ostinata violenza per captivare [= assoggettare, N.d.R.] a sè la nostra inferma ed instabile volontà, e laddove dal cielo non ci venissero potenti aiuti, prevarrebbe alla fine. Codesta legge si è quella, della cui pressura si doleva l'Apostolo, ed uscendo in lamentevoli guai: veggo, veggo, diceva [12]un'altra legge nelle membra mie, che fieramente contrasta alla legge della mia mente, e si sforza d'assoggettarmi alla legge del peccato. Me infelice, chi mi libererà da questo corpo di morte!

III.

Non ignaro il Mazzini che tutto questo è seguela dalla colpa originale, s'ingegna con ogni studio di pervertirne il concetto, chiamandone il senso inteso dalla Chiesa dottrina falsa, dalle credenze indiane scesa nel paganesimo e da questo in alcuni dottori cattolici del secolo decimo terzo [13]. Sostituendovi le sue chimere stabilisce che il vero effetto del peccato di origine non altro sia stato che la ineguaglianza delle condizioni umane, nate nella società mercè le diverse sue forme governative, a combatter le quali siamo obbligati in virtù della guerra che Dio c'intima al male. Questa dottrina gli è comune con tutti gli odierni rigeneratori; i quali vedendo il dogma della colpa originale connesso col dogma della Redenzione, travolto il primo, non dubitano di travolgere eziandio il secondo, e altra missione non assegnano a Cristo, tranne quella di predicare alle genti la sognata da loro uguaglianza, riparando in tal guisa il danno prodotto dal primo uomo. In fine siccome a far questo non ci era uopo d'un Dio, bastando la volontà e le forze d'un uomo straordinario, così negando a Cristo la divinità gli concedono il solo pregio d'uomo eminente, di gran sapiente, e filantropo per eccellenza; benchè non di grado sì alto, come quelli a cui son giunti essi al presente in forza dell'ulteriore progresso. Ecco uno schizzo della novella fede di cui vogliono regalarci; alla quale se aggiungi l'idea di Dio concepito da essi come il gran tutto, e come la somma complessiva delle individuali intelligenze, ne avrai tanto che possa bastarti.
Non pur le antiche credenze indiane, ma la tradizione universa dei popoli concordevolmente conserva la reminiscenza d'una colpa primitiva, e d'un decadimento della schiatta umana quinci provenuto. Ma ciò che prova? Prova soltanto che la dottrina della colpa originale, presa generalmente e per così dire in confuso, ha la conferma del consenso universal delle genti, sopravvivendo al naufragio delle altre credenze, e perdurando qual preziosa reliquia della primitiva rivelazione e della storia de' primi fatti avvenuti nel mondo. E sebbene diversamente sformata e contraffatta la miri presso i diversi popoli, i quali col succedersi delle generazioni, qual più qual meno perdettero o guastarono le antichissime verità storiche e dommatiche loro tramandate dai patriarchi; tuttavia sceverando i parziali errori tra loro diversi e discrepanti, il concetto comune ed identico che resta e che però palesa una sola ed identica origine, si è quello d'una colpa primitiva, principio e cagione dei mali che poscia afflissero l'umanità. Di qua l'idea del dualismo tanto comune presso gli antichissimi popoli, e più spiccatamente appo i Fenicî, gli Egizî, i Persiani, la quale nacque appunto dal pervertimento della tradizione intorno alla colpa originaria. Tuttavia ne ritenne una languida e guasta immagine rappresentandoti l'apparizion d'un principio funesto all'uomo che turbò e corruppe l'opera del sommo Artefice, cagionando così la ostinata lotta che scorgesi tra il bene e il suo contrario.
Qual poi sia stata in specie codesta colpa, e quali gli effetti tristissimi che derivarono, ci vien chiarito dalle divine scritture e dalla Chiesa, legittima depositaria del vero rivelato. Per non allargarmi di troppo, citerò un solo passo di San Paolo, e la definizione d'un solo Concilio ecumenico. Mediante un uomo solo, il peccato entrò nel mondo, e mediante il peccato la morte; la quale per tal modo trapassò in tutto il resto degli uomini, siccome tutti gli uomini in lui avean peccato  [14]. Non dunque le disuguaglianze sociali, ma il peccato e la morte con tutto ciò che all'uno e all'altra si attiene, è secondo l'Apostolo l'effetto della colpa di origine. E la sacrosanta Sinodo Tridentina nella sessione quinta difendendo dagli eretici questa dottrina, ed esponendola giusta le divine scritture, la tradizione dei Padri, le testimonianze de' Concilî anteriori e il giudizio della Chiesa cattolica, stabilisce, Adamo prevaricando aver incorsa per sè e per tutta la sua posterità la disgrazia di Dio, la perdita per conseguente della santità e giustizia in cui era stato costituito, la schiavitù al giogo di Lucifero, la morte e la corruzione del corpo abbandonato al dominio de' mali fisici [15]. Quantunque poi la macchia d'un tal peccato ci vien cancellata mediante il battesimo in virtù della redenzione di Cristo, e noi ritolti dalla servitù dell'inferno, riacquistiamo la dilezione divina e i doni supernaturali di grazia, nulladimanco la ribellion della carne, il fomite della concupiscenza, che l'Apostolo talvolta chiamapeccato [16], non perchè in sè stesso sia colpa, ma perchè dal peccato procede ed al peccato c'inclina, in noi rimane e dura come agone di guerra, come occasione di merito e materia di trionfo [17]. Ecco la costante dottrina della Chiesa, indarno combattuta dagli antichi eretici, ed indarno assalita novellamente dagli odierni fabbricatori di menzogne.
L'uomo dunque al presente non è tale, quale uscì la prima volta dalle mani del Creatore. Egli è peggiorato in quanto all'anima e in quanto al corpo. Rotta l'armonia delle sue facoltà, d'accanita lotta son tra loro ingaggiati gli opposti appetiti, e le tumultuanti passioni potentemente ricalcitrano contro il freno onde la ragione vuole correggerle. La terra è divenuta per noi luogo di esilio, di espiazione, di pianto. I beni sensibili confederatisi in turpe alleanza colle perverse nostre inclinazioni formano contro di noi una tremenda congiura, ed han deliberato di perderci sia col fascino delle lor vaghe apparenze, sia colle arti dei subdoli loro consigli, sia coll'impeto dei lor poderosi e temerari assalti. Il mondo è divenuto per l'uomo irreconciliabil nemico che da per tutto l'osteggia, allora più micidiale e temibile quando si infinge di cessare le ostilità e porgerti amica la mano. Il benefizio della Redenzione, pel quale siam trasferiti dalla morte nella vita, consiste non nel riamicarcelo, ma nell'averci somministrate le armi per trionfarne, nè ci rimuove dalla pugna, ma c'incuora valore e fortezza per incontrarlo con franco animo.
Ma l'uomo animalesco non comprende questo linguaggio, che procede dallo spirito di Dio. Egli come ne' desiderî così ne' pensieri non si leva al di sopra del giumento, nè sa vedere altro che terra. Cogli stolti, menzionati nella Sapienza [18] va dicendo: godiamoci i diletti del senso, perciocchè questa è la parte toccataci, e questa è la sorte che ci è destinata. Miseri! cui la malizia del cuore acciecò il lume della mente, sicchè più non intendano il sacramento dell'Altissimo, nè la dignità d'un animo immortale. Non contenti di perder sè, con ogni cura si studiano di travolgere altrui colle nefande cose che insegnano. Iddio creò l'uomo a sua immagine, e acciocchè aspirasse a una felicità sempiterna. Invidioso il demonio cercò travolgerlo allettandolo alla terra, e di lui son consorti quanti l'imitano nell'opera tenebrosa.

IV.

E questi pure si spacciano zelatori del civile progresso, amanti dell'ordine morale, difenditori dell'umana libertà. Ipocriti ed illusi che sono! E non sanno essi che a conseguir questi beni, niente conferisce meglio che l'idea cristiana di rappresentarci la carriera terrestre come un pellegrinaggio lontan dalla patria, la vita organica come un sogno che si dilegua, la gloria e la ricchezza mondana come un'illusion passeggiera che hassi a vile? Un ente è tanto più libero, quanto più si esime dal dipendere da ciò che è straniero al suo essere, e per propria elezion si determina a seguir l'impero di quelle sole leggi e l'impulso di quelle sole propensioni che alla propria natura si aspettano. Lo spirito adunque quanto più si sottrae dall'influsso e dalle esigenze della materia, quanto più si sprigiona dai lacci dello spazio e del tempo, quanto più si ritira verso la volontaria obbedienza a quelle più nobili tendenze che unicamente concernono l'incorporea sua natura, tanto meglio fruisce di libertà, di dominio, d'indipendenza. Ma ciò, come è chiaro, richiede affrancamento, distacco da tutto l'ordine delle cose materiali, sicchè esse perdano ogni valore assoluto, ritenendo solamente un pregio relativo per cui nell'uso e nella scelta vengano accolte sol come mezzi ad uno scopo più alto e trascendente la loro sfera.
Sotto tale riguardo la loro carenza non ci rammarica, siccome di cose indifferenti al ben essere dello spirito, e delle quali un animo che aspira al cielo può leggermente passarsi. Anzi, poichè siffatta privazione porge occasion di costanza, si presenta come argomento di merito, e come cote che assottigliandoci lo spirito rende la virtù più fina e più splendente, essa può divenire obbietto di desiderio e di letizia. Il che oltre ad alleggerire l'uomo dal peso di qualsivoglia sciagura, ha un effetto meraviglioso ed è di schiuderci d'innanzi alla vista in tutta la sua grandiosità e bellezza la scena dell'ordin soprammondano, di annientare i mali fisici mostrandoceli come altrettanti beni morali, ed in cambio delle stolte querele dell'empio contro la Provvidenza ci rivela la sapienza dei divino Ordinatore che tutto dispose nel mondo fisico a manifestazione del mondo intellettuale, e convertì i danni del corpo in ingrandimento dello spirito, le pene del senso in trionfo della ragione. L'uomo giusto nella sventura non è più un'obbiezione ma un inno alla bontà del Signore. Ei non che essere obbietto di commiserazione e di compianto, brilla anzi maestrevolmente di una luce incantevole, e ci muove a bramarne ed emularne la gloria.
Il qual sentimento tanto naturale a sorgere in un animo bennato è una pruova luminosissima dell'antagonismo di cui favelliamo. Imperocchè se non ci fosse opposizione e contrasto tra lo spirito e la materia, il cielo e la terra, la ragione e il senso, non potrebbero le privazioni e le sofferenze dell'uno portare l'immegliamento e lo splendore dell'altro. Dove questo si avvera è segno manifestissimo della loro contrarietà, non potendo in altra guisa concepirsi la ragione inversa in che stanno perpetuamente quanto al loro crescere ed al loro scemare.
Quinci ancora l'umano consorzio può impromettersi l'unica guarentigia di pace duratura e serena, dispogliando le atroci invidie, i cupi rancori, l'inesausta cupidigia, la cruda avarizia, il freddo egoismo. Per fermo concepita la terra come luogo di tirocinio e di prova, la felicità presente come avversaria dell'avvenire, ciascun vede che di mortal ferita è colpita l'avidità del beni presenti, unica semenza di gare, di dissenzioni, di odî. Il ricco sarà costretto ad aver in conto di spine le dovizie, ond'è circondato, nè altrove saprà trovarci balsamo o lenitivo che nel bene e largamente usarne a pro' de' poveri. Il povero non agognando l'altrui opulenza guarderà con lieto ciglio e come dono del cielo le proprie privazioni. Il potente, il delizioso, il gloriato s'impensierirà della sua prospera fortuna, e cercando scemarne e fuggirne il soverchio, starà del continuo all'erta sui propri affetti per non trarne materia di eterno duolo. L'abbietto, lo sciagurato non gemerà sotto il pesante fardello della propria umiliazione o gli atroci colpi della sventura; ma mirandoli come altrettanti scalini da poggiare nel cielo, li salirà animoso e talvolta ancor con lietezza. In breve, le differenze sociali inevitabili nella natura dell'uomo, ed eziandio utili all'ordin morale, non saranno più uno strazio dell'umanità, un crudele capriccio del caso, un incentivo al delitto, ma manifestandosi come l'opera della sapienza che tutto ordina al perfezionamento morale dell'uomo si andranno nel fatto spontaneamente attemperandosi, appianandosi, e in quella parte che sempre ne resta riceveranno un compenso valevole a mantenere la tranquillità, l'ordine, la scambievole benevolenza.
Ma guai, guai all'umanità se quest'idea salutare dei Cristianesimo si perda di vista, sostituitavi la desolante teorica de' riformatori! La terra è quella per cui Cristo diede la vita, e i martiri profusero tante lagrime e tanto sangue [19]. Adunque una guerra di tutti contro tutti venga bandita, si corra all'armi, ognuno dia opera ad impossessarsi d'una parte di mondo dispogliandone chiunque l'abbia di già occupata. Il dritto comperatoci dalla redenzione di Cristo è uguale per tutti. Ognuno cerchi di farlo valere il più che sappia; fermi il dominio dovunque possa; si studii assicurarlo, ampliarlo, e trarne frutti di godimenti e di delizie. E perciocchè la terra limitata e caduca non è bastante all'ingordigia di tutti, il ferro decida di cui debb'essere. Ottenutane poi la signoria si adoperi ogni mezzo, si mediti ogni arte per tutelarsi da nuovi assalti, dall'altrui cupidigia. La crescente moltitudine della classe bisognosa mette sospetto colla forza che va di giorno in giorno acquistando. Ebbene si opprima, se non altro, coll'astuzia; si snervi coll'immoralità e coll'invilimento, sicchè stupidita nella propria abbiezione perda l'ardire, non sappia osare un colpo risoluto, non s'accorga della propria potenza, non concepisca neppur il pensiere della possibilità di migliorar la sua sorte. Così fu prodotta nel paganesimo la schiavitù, e così senza niun dubbio si produrrebbe appo noi, se, che il ciel ne salvi, rifiorisse il gentilesco concetto della felicità temporale, che i generosi campioni della moderna civiltà s'ingegnano redintegrare. L'esempio della poveraglia di Londra n'è una ripruova di fatto, quanto più lacrimevole, tanto più eloquente.

V.

Stante la rilevanza di quest'idea, non è a stupire se la Chiesa cattolica sì travaglia a persuaderla per tante vie, e l'abbia resa concreta e parlante con salde, universali, indestruttibili istituzioni. Si è più volte ammirato il sorger tosto che fecero nella Chiesa ordini religiosi, fin da che datale pace per la conversione di Costantino potè ella uscire alla pubblica luce e liberamente predicare alle genti la lieta novella. Si son fatte le più alte meraviglie nel vedere come essa si presentò la prima volta circondata da Padri del deserto, val quanto dire da uomini innumerevoli che dato un addio ad ogni cosa terrena, spogliate le più tenere affezioni del cuore, si ritirarono nelle erme solitudini di Palestina, nelle lande inospitali di Arabia, sulle infocate arene di Libia, e quivi sul confluente dirò così delle tre parti allor conosciute del mondo, sul suolo più dissoluto della terra, dallato della sapienza congiunta di Oriente e di Grecia, accanto alla più formidata scuola della pagana filosofia, diedero lo spettacolo d'una vita che non troverebbe per avventura credenza, se i più accertati documenti non ci togliessero la facoltà di dubitarne. Quivi non pure i diletti, ma i bisogni più pressanti della vita scomparvero. Tutte le tendenze sensibili, i desideri terreni, le voglie umane, comechè temperate ed oneste, si rintuzzarono, si ridussero ad assoluto silenzio. Non si diede quartiere nè a debolezze di fibra, nè a delicatezza di complessione, nè a tenerezza di anni, nè a bisogni indispensabili di natura. Un ruvido sacco, il duro pavimento d'una tetra caverna, insulse radiche di secche piante, la schietta acqua del fiume, ecco il pasto, il vestito, il ricovero, il letto. Non sol posposta, ma annientata a' loro occhi la terra, il solo cielo raggiava d'invisibili splendori, e ad esso ergendosi coll'assiduo contemplare e colla fervida preghiera quivi solo conversavano coi candidi pensieri, cogl'infocati affetti. Di sì potente lezione avea mestieri l'antico mondo pagano marcio infino all'ossa di lussuria, ed immerso infine agli occhi nel fango dei terreni interessi!
Cessato quel bisogno nei popoli, cessò altresì quell'esempio così eccezionale e tanto superiore al corso eziandio ordinario della grazia. La vita degli antichi anacoreti sebbene si riproducesse a quando a quando in alcuni uomini straordinari, non fu però in appresso professione comune d'intere miriadi di persone. Tuttavia l'osservanza dei consigli evangelici e il ritirarsi tra le austerità e la preghiera a convivere sotto un comune indirizzo nel Cristianesimo non venne meno. Ma sì in oriente che in occidente in gran numero pullularono e si diffusero simiglianti istituti, e si videro d'ogni parte popolarsi i chiostri di generosi dell'uno e dell'altro sesso, che valedicendo [= dando l'addio, N.d.R.] a ogni bene e gloria mondana correvano a nascondersi in Cristo ed emular sulla terra la vita degli angeli. Non posso io qui certamente farne lunga menzione, ma ricordi di volo il lettore i Basilî, gli Agostini, i Benedetti, i Bernardi, i Domenichi, i Franceschi e cento altri che da per tutto fondarono e propagarono religiosi istituti. Da per tutto, dove la Chiesa allignò, sorsero siffatti ordini di vita pia superiori al consueto ordine del vivere umano; e quel che è più mirabile ancora, codesti istituti religiosi non poterono estirparsi e spegnersi per quantunque persecuzioni loro si movessero contro, e i più furiosi sforzi si adoperassero a perderli ed annientarli. Ma recisone un ramo, tosto ne spuntò un altro, tagliatone il tronco, novelli e più rigogliosi germogli ne sorsero d'ogni intorno. Si vede bene che fecondissima n'era la radice e che non potea sbarbarsi dal ferace terreno che se la chiudea nel seno.
Chi mi sa dire la ragione di questo nesso sì stretto, di questa inseparabilità degli ordini religiosi dalla Chiesa cattolica? La ragione a veder mio, si è, perchè essi rappresentano e personificano in loro stessi un'idea essenziale alla Chiesa di Cristo; e quest'idea è appunto il disprezzo della terra in grazia del cielo, l'antagonismo tra i diletti del mondo e la felicità sempiterna.
Il genio del cristianesimo, il divario dalla sua dottrina a quella dei filosofi si è di non tessere sterili dissertazioni, vagar per la sola region degli astratti, insegnare e inculcare le proprie massime col solo suono delle parole, ma d'incarnare i concetti, d'incorporarli in esempi concreti e palpabili, parlar con fatti visibili, nè spicciolati e sconnessi, ma collegati con ordine e stabilità, trasformando le proprie idee in istituzioni vaste e durevoli. Che però, sendo la opposizione tra il cielo e la terra, tra Cristo e il mondo, una delle sue massime più capitali, essa non può lasciarla al semplice dottrinale ammaestramento, ma di necessità è portata ad attuarla, e darle corpo, direm così, e persona in istituti permanenti, in associazioni universali e costanti, che praticandola in un grado più elevato ed eroico l'inculchino agli altri in maniera giusta ed usuale con l'eloquente e persuasivo linguaggio dei fatti. E qual è per fermo quel voluttuoso, quel superbo, quell'avaro, il quale non senta conquidersi l'animo ed arrossarsegli il volto al semplice incontrar per le vie l'umile religioso, scoperto il capo, scalzo i piè, con indosso non altra roba che un ruvido panno ricinto d'una fune, e sa che sovente sotto quel povero ed aspro arnese si nasconde persona di alti spiriti, di delicati affetti, di cuor generoso, che rinunziò per Dio a ricchi patrimoni, ad agiata famiglia, a splendidi posti, o almeno a fondate speranze di prosperità e di gloria?
Di qui ancora si spiega facilmente l'altro fenomeno della rabbia accanita, dell'indomabile odio, che agli ordini religiosi in tutti i tempi han portato i razionalisti, e massime nei nostri, nei quali tentano l'estreme lor pruove. La ragione si è perchè professando essi l'opposto principio, nè altro più odiando che l'idea di codesta lotta e contrasto tra la felicità terrena e la celeste, non possono non indragarsi e inviperarsi contro quelle istituzioni che sì al vivo lo rappresentano. Quindi s'aiutano di mani e di piedi, non risparmiano mezzo, non lasciano via, sia diretta sia indiretta, per giugnere allo scopo di annichilarli. La stampa, i discorsi, la calunnia, gli spogliamenti, i maneggi, gli ordinamenti civili, tutto si adoperi per riuscir nell'intento di screditarli e disperderli, e dove questo non basta, s'irrompa in aperta violenza e si caccino di viva forza.
Stolti! che non s'avveggono di pugnar contro l'Altissimo, e associarsi al diavolo nell'opera nefanda di perdere l'umanità colle lor dottrine animalesche e carnali. Hanno essi un bell'infingersi con ispacciarsi filantropi, desiderosi di alleviare le umane miserie, di recare felicità sulla terra. Ben li dipinse l'apostolo s. Giuda nella sua epistola cattolica esortando a guardarci di certi uomini empî, che travolgono il benefizio della divina grazia in ciò che lusinga le lascivie della carne; e imbevuti di mille fole la sola scienza che negano si è quella di Cristo [20]. Il lor distintivo carattere si è l'essere dispregiatori del pubblico potere, bestemmiatori della maestà, sempre queruli, mormoratori, sulla cui bocca suonano del continuo parole altezzose e superbe [21]Perversa genìa che bestemmia tutto quello che ignora, e nelle stesse conoscenze naturali si corrompe, non sollevandosi al di sopra dei muti animali [22]Essi infelici che andarono per le vie di Caino, ìmbrattatosi di fraterno sangue, peccarono del peccato di Balaam, abusando la divina parola per turpe cupidigia, e a propria rovina si contaminarono della contraddizione di Core, ribellante il popolo dal Pontefice Aronne [23].
[CONTINUA]
__________________________________

NOTE:

[1] Gius. Mazzini nell'Italia del popolo n. 8. pag. 133.
[2] Ivi, pag. 137.
[3] Non est ista sapientia desursum descendens, sed terrena, animalis, diabolica. Epist. Cath. S. Iac. Ap. c. 3, v. 15.
[4] Matt. c. 16.
[5] Matt. c. 5.
[6] C. 2. v. 15. Nolite diligere mundum, neque ea quae in mundo sunt. Qui diligit mundum, charitas Dei non manet in eo.
[7] Ad Coloss. c. 3.
[8] Militia est vita hominis super terram. Iob. c. 7.
[9] Non coronabitur nisi qui legitime certaverit2. Tim. c. 2.
[10] I Petri c. 5.
[11] Unde bella et lites in vobis? Nonne ex concupiscentiis vestris quae militant in membris vestris? Iac. 4.
[12] Video aliam legem in membris meis repugnantem legi mentis meae et captivantem me in lege peccati. Infelix ego homo, quis me liberabit de corpore mortis huius? (Ad Rom. c. 6).
[13] Op. cit. pag. 135.
[14] Per unum hominem peccatum intravit in mundum et per peccatum mors; et ita in omnes homines mors pertransiit, in quo omnes peccaverunt. (Ad Rom. c. 5.)
[15] Si quis non confitetur primum hominem Adam cum mandatum Dei in paradiso fuisset transgressus, statim sanctitatem et iustitiam, in qua constitutus fuerat, amisisse, incurrisseque per offensam praevaricationis huiusmodi iram et indignationem Dei, atque ideo mortem, quam antea illi comminatus fuerat Deus, et cum morte captivitatem sub eius potestate, qui mortis deinde habuit imperium, hoc est, diaboli, totumque Adam per illam praevaricationis offensam secundum corpus et animam in deterius commutatum fuisse: anathema sit.
Si quis Adae praevaricationem sibi soli et non eius propagini asserit nocuisse; et acceptam a Deo sanctitatem et iustitiam, quam perdidit, sibi soli et non nobis etiam eum perdidisse; aut inquinatum illum per inoboedientiae peccatum mortem et poenas corporis tantum in omne genus humanum transfudisse, non autem et peccatum, quod mors est animae: anathema sit. (Con. Trid. sess. 5. n. 1. e 2.)
[16] Si autem quod nolo illud facio, iam non ego operor illud, sed quod habitat in me peccatum (Ad Rom. 7.)
[17] Concil. Trid. loc. cit. n. 5.
[18] Capo 2.
[19] Vedi lo scritto Mazziniano a pag. 133.
[20] Subintroierunt quidam homines impii, Dei nostri gratiam transferentes in luxuriam et solum dominatorem et dominum nostrum Iesum Christum negantes (c. 1.).
[21] Hi dominationem quidem spernunt, maiestatem autem blasphemant. Hi sunt murmuratores, querulosi ... et os eorum loquitur superba.
[22] Hi autem quaecunque quidem ignorant blasphemant, quaecunque autem tanquam muta animalia norunt, in his corrumpuntur.
[23] Vae illis, quia in via Cain abierunt, et errore Balaam mercede effusi sunt, et in contradictione Core perierunt.

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