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venerdì 10 agosto 2012

Costituzione Dei Verbum Nouvelle Théologie

 Estratto dal lavoro "La tradicione in Yves Congar"

Di Antonio Russo

L'ACCOGLIENZA NELLA DEI VERBUM DELLA TEOLOGIA DELLA TRADIZIONE DI CONGAR.

Alla luce della II parte del nostro lavoro, in cui abbiamo cercato di esporre l'elaborazione teologica del Congar sulla Tradizione, cercheremo di comprendere quanto della sua riflessione è stato accolto dal Concilio.
Il proemio del documento focalizza la dimensione Trinitaria della Rivelazione cristiana e nel I cap. ripercorre le grandi tappe della storia della salvezza che hanno il loro culmine in Gesù Cristo. Questo annuncio di salvezza deve essere trasmesso a tutti gli uomini di tutti i tempi "affinché... il mondo intero ascoltando creda, credendo speri, sperando ami" (DV 1). L'annuncio di salvezza si concretizza e si realizza nella persona di Gesù Cristo, il Vangelo è la persona di Gesù Cristo (DV 7), è questo l'oggetto della Rivelazione e di conseguenza essendo la Tradizione un modo di trasmissione della Rivelazione è anche il suo. È questo un concetto espresso in maniera evidente nella riflessione di Congar.
Il Concilio riconosce che il soggetto trascendente della Tradizione è lo Spirito Santo, la cui azione non è limitabile al periodo apostolico nella sola predicazione orale e alla formazione di tradizioni non scritte giunte quasi di mano in mano [1], ma guida e sviluppa, negli apostoli, il depositum fidei, i ministeri, i riti sacri, il tutto in conformità alle intenzioni del Cristo. Lo Spirito Santo è principio sia della Scrittura che della Tradizione, e il documento mette in evidenza l'esistenza di un mutuo rapporto tra Tradizione e Scrittura per nutrire la fede di quel popolo radunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (LG 4).
«La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono dunque strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa sorgente, formano in certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine» (DV9).

La Tradizione ci rimanda alla predicazione apostolica del Vangelo nella Chiesa, che non è mai stata persa da quest'ultima, ma si è conservata nel ministero episcopale. Certamente i vescovi non sono apostoli, ma hanno il carisma dell'interpretazione autentica della Parola; la costituzione dogmatica afferma che il magistero ecclesiastico non è al di sopra della Parola di Dio ma è al suo servizio per custodirla e insegnarla fedelmente, tutto questo per mandato divino e sotto l'assistenza dello Spirito Santo (DV 10).
La Tradizione ci trasmette l'intera realtà cristiana: insegnamento dottrinale, organizzazione comunitaria, riti, culto, sacramenti. Al N. 8 della DV è scritto:
«Ciò che fu trasmesso dagli apostoli, poi, comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa e all'incremento della fede del popolo di Dio, e così la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che crede».
Questa è potatrice di un complesso di realtà che sono inscritte nel D.N.A. della Chiesa e ne costituiscono la vita. Essa non è in competizione con la Scrittura ma in complementarietà ed i fedeli sono esortati a mantenere ciò che hanno appreso a voce e per lettera (2 Ts 2,15).
Il documento conciliare accetta uno dei fulcri del pensiero del nostro autore: la Tradizione come realtà dinamica, e così dice:
«Questa tradizione [2] (sic), che viene dagli apostoli, progredisce nella chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro [Cf. Lv 2, 19.51], sia con la profonda intelligenza delle cose spirituali di cui hanno esperienza, sia per la predicazione di coloro che, con la successione episcopale, hanno ricevuto un carisma sicuro di verità. In altre parole, la chiesa nel corso dei secoli tende costantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio» (DV 8).
La Tradizione a motivo della sua stessa natura ha un'intrinseca vitalità che la porta ad una crescita continua, come ogni cosa vivente o si sviluppa o muore. Dobbiamo tenere presente che la costituzione conciliare parla di Tradizione di origine apostolica, quindi, è questa che progredisce, implicitamente fa una distinzione con le tradizioni ecclesiastiche, che possono benissimo essere soppresse se di inciampo allo sviluppo della Chiesa [3]:
«Si tratta dunque, nella Costituzione Dei Verbum, della Tradizione apostolica, non delle tradizioni ecclesiastiche. [...] Essa vi riconosce un progresso, non per accrescimento obbiettivo, ma per uno sviluppo della intelligenza che si acquista del suo contenuto» [4].
Il progresso deve darsi nell'identità originaria, secondo l'impostazione di S. Vincenzo di Lerino; solo così si può arrivare a quella pienezza di verità che la costituzione conciliare invoca.
Il Concilio non si è pronunciato sulla maggiore o minore ampiezza della Tradizione rispetto alla Scrittura, ha affermato che la fede della Chiesa non è data dalla sola Scrittura o sola Tradizione ma da entrambi. L'unico articolo dogmatico che esplicitamente il Concilio riconosce esserci fatto conoscere dalla Tradizione e non della Scrittura è il canone dei libri della Bibbia (DV 8) e Congar in una sua opera esprime la stessa opinione [5]. Niente, quindi, sarebbe trasmesso dalla Tradizione che non si trovi nella Scrittura e tutta la Rivelazione, almeno in radice, è contenuta nella Scrittura: è questa una tesi molto cara al nostro autore [6]. Il testo può essere interpretato anche nel senso della non opposizione, per cui la Tradizione non è detto che trovi riscontro nella Scrittura; quindi, qualche verità potrebbe essere trasmessa solo dalla Tradizione. È la tesi sconfitta dal Concilio che trova il passo sbarrato, per un'interpretazione in tal senso dal fatto che il documento non insinua la minima separazione tra l'una e l'altra:
«La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono l'unico sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa. [...] È chiaro dunque che la sacra tradizione [7] (sic), la sacra Scrittura e il magistero della chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non poter sussister l'uno senza l'altro, e tutti insieme, ciascuno secondo il proprio modo, sotto l'azione del medesimo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime» (DV 10).
Questa duplice interpretazione risponde a quelle chiavi ermeneutiche che si debbono avere nel leggere i documenti conciliari, per cui una tesi prevale e l'altra, se non è totalmente eretica, non viene del tutto scartata per lasciare una porta aperta ai suoi sostenitori [8].
«La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono l'unico sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa, aderendo al quale tutto il popolo santo unito ai suoi pastori, persevera costantemente nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nelle orazioni in modo che, nel ritenere, praticare e professare la fede trasmessa, si stabilisca una singolare unità di spirito tra presuli e fedeli. Il compito poi di interpretare autenticamente la Parola di Dio, Scritta o trasmessa, è stato affidato al solo magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Questo magistero però non sta sopra la parola di Dio, ma ad essa serve, insegnando soltanto quello che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito Santo, pienamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto quello che propone da credere come rivelato da Dio» (DV 10).
Questa porzione della Dei Verbum al N. 10 afferma che il soggetto della Tradizione, per la sua conservazione e trasmissione, è tutto il popolo fedele in unione con i suoi pastori e tra questi due si stabilisce una particolare cooperazione. Il magistero è l'unico interprete autorizzato della Tradizione apostolica, è deputato a ciò per un mandato specifico ed è fornito di una grazia particolare. In questo suo compito il magistero è subalterno del depositum fidei, di cui non è il padrone ma il fedele testimone [9].
Ci sembra opportuno concludere questo capitolo con un giudizio del Congar su come è stata presentata la Tradizione nella Dei Verbum:
«Il testo conciliare, in compenso, ha francamente adottato ciò che si può chiamare l'idea di Tradizione reale. Ciò significa che la trasmissione del deposito rivelato, al quale risponde in noi la fede di salvezza, non si compie solamente nella e per una trasmissione verbale di enunciati; si compie anche nella e per la trasmissione della realtà dei ministeri, ecc. [...] La Tradizione non aumenta oggettivamente, ma l'intelligenza che la Chiesa si fa del suo contenuto si sviluppa col tempo. È la prima volta che il magistero straordinario pronuncia un insegnamento così positivo su questo soggetto: poiché quello del Vaticano I° (DH 3020), con la citazione di S. Vincenzo di Lerina (sic), era orientato soprattutto verso l'affermazione della identità, se, non anche della immutabilità» [10].

Note:

[1] Cf. DH 1501.
[2] Stiamo usando le traduzioni del DH, che nonostante il testo latino porti la "T" maiuscola per il termine "tradizione", la versione italiana riporta la minuscola.
[3] Si potrebbe obiettare che la Tradizione non si da fuori delle tradizioni; quindi, chi stabilisce ciò che è divino apostolico da ciò che non lo è? Per ovviare a questo problema concorrono tutti i criteri di cui noi abbiamo parlato.
[4] Cf. Y. CONGAR, La questione della Rivelazione, in B. LAMBERT (a cura di), Concilio Vivo. Bilancio del Concilio la nuova immagine della Chiesa, trad. it. PIETRO RIVA, Ancora, Milano 1967, p. 316.
[5] Cf. TTT, p. 334.
[6] Cf. più sopra, pp. 45-51.
[7] Il testo latino del DH porta la lettera iniziale maiuscola, "T".
[8] Cf. Y. CONGAR, La questione della Rivelazione, op. cit.,p. 316-317.
[9] Cf. Ib.; anche più sopra, pp. 34-42.
[10] Y. CONGAR, La fede e la teologia, op. cit, p. 2.

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