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«Tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1, 48). «La pietà della Chiesa verso la Santa Vergine è elemento intrinseco del culto cristiano”. La Santa Vergine «viene dalla Chiesa giustamente onorata con un culto speciale. In verità dai tempi più antichi la beata Vergine è venerata col titolo di “Madre di Dio”, sotto il cui presidio i fedeli, pregandola, si rifugiano in tutti i loro pericoli e le loro necessità...(Clicca sull'immagine per andare al sito)

giovedì 26 luglio 2012

Cattolicesimo + Liberalismo = Analfabetismo (indifferentismo) religioso


L’analfabetismo religioso del nostro tempo

Dall’omelia pronunciata dal Santo Padre Benedetto XVI nella Santa Messa del Crisma
Basilica Vaticana, Giovedì Santo, 5 aprile 2012

“Nell’incontro dei Cardinali in occasione del recente Concistoro, diversi Pastori, in base alla loro esperienza, hanno parlato di un analfabetismo religioso che si diffonde in mezzo alla nostra società così intelligente. Gli elementi fondamentali della fede, che in passato ogni bambino conosceva, sono sempre meno noti. Ma per poter vivere ed amare la nostra fede, per poter amare Dio e quindi diventare capaci di ascoltarLo in modo giusto, dobbiamo sapere che cosa Dio ci ha detto; la nostra ragione ed il nostro cuore devono essere toccati dalla sua parola. L’Anno della Fede, il ricordo dell’apertura del Concilio Vaticano II 50 anni fa, deve essere per noi un’occasione di annunciare il messaggio della fede con nuovo zelo e con nuova gioia. Lo troviamo naturalmente in modo fondamentale e primario nella Sacra Scrittura, che non leggeremo e mediteremo mai abbastanza. Ma in questo facciamo tutti l’esperienza di aver bisogno di aiuto per trasmetterla rettamente nel presente, affinché tocchi veramente il nostro cuore. Questo aiuto lo troviamo in primo luogo nella parola della Chiesa docente: i testi del Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica sono gli strumenti essenziali che ci indicano in modo autentico ciò che la Chiesa crede a partire dalla Parola di Dio. E naturalmente ne fa parte anche tutto il tesoro dei documenti che Papa Giovanni Paolo II ci ha donato e che è ancora lontano dall’essere sfruttato fino in fondo”.


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Il dialogo tra le religioni non è possibile. La fede non si può mettere tra parentesi

Caro Senatore Pera, in questi giorni ho potuto leggere il Suo nuovo libro Perché dobbiamo dirci cristiani. Era per me una lettura affascinante. Con una conoscenza stupenda delle fonti e con una logica cogente Ella analizza l’essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti, mostrando che all’essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell’immagine cristiana di Dio: la sua relazione con Dio di cui l’uomo è immagine e da cui abbiamo ricevuto il dono della libertà. Con una logica inconfutabile Ella fa vedere che il liberalismo perde la sua base e distrugge se stesso se abbandona questo suo fondamento. Non meno impressionato sono stato dalla Sua analisi della libertà e dall’analisi della multiculturalità in cui Ella mostra la contraddittorietà interna di questo concetto e quindi la sua impossibilità politica e culturale. Di importanza fondamentale è la Sua analisi di ciò che possono essere l’Europa e una Costituzione europea in cui l’Europa non si trasformi in una realtà cosmopolita, ma trovi, a partire dal suo fondamento cristiano-liberale, la sua propria identità. Particolarmente significativa è per me anche la Sua analisi dei concetti di dialogo interreligioso e interculturale.
Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo. Mentre su quest’ultima un vero dialogo non è possibile senza mettere fra parentesi la propria fede, occorre affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo. Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari. Del contributo circa il significato di tutto questo per la crisi contemporanea dell’etica trovo importante ciò che Ella dice sulla parabola dell’etica liberale. Ella mostra che il liberalismo, senza cessare di essere liberalismoma, al contrario, per essere fedele a se stesso, può collegarsi con una dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere, offrendo così veramente un contributo al superamento della crisi. Con la sua sobria razionalità, la sua ampia informazione filosofica e la forza della sua argomentazione, il presente libro è, a mio parere, di fondamentale importanza in quest’ora dell’Europa e del mondo. Spero che trovi larga accoglienza e aiuti a dare al dibattito politico, al di là dei problemi urgenti, quella profondità senza la quale non possiamo superare la sfida del nostro momento storico. Grato per la Sua opera Le auguro di cuore la benedizione di Dio.
Benedetto XVI

23 novembre 2008(ultima modifica: 24 novembre 2008) 

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La Civiltà Cattolica, anno XX, serie VII, vol. VI (fasc. 460, 1 Maggio 1869) Roma 1869, pag. 400-417. Progetto Barruel

R. P. Francesco Berardinelli S.J.

L'INDIFFERENZA RELIGIOSA

FONDAMENTO DEL MODERNO LIBERALISMO

I.

Come il razionalismo è la prima radice di tutti gli errori del moderno liberalismo nell'ordine speculativo; così la indifferenza in opera di religione ne è la prima fonte nell'ordine pratico. Di fatto i dettati più universali del liberalismo in ciò che concerne il campo dell'azione, sono, com'è noto, per rispetto alle persone individue la libertà di coscienza, de' culti e della stampa; per rispetto allo Stato, la sua totale separazione da ogni religione; e finalmente per rispetto ai Governi ed ai sudditi, la volontà del popolo e la pubblica opinione, considerate come ultima ragione de' diritti e doveri e regola moderatrice delle azioni. Or chi non vede la necessaria connessione di così fatte massime col principio della indifferenza religiosa? Imperciocchè se non v'ha ragione antecedente per l'uomo, la quale lo possa stringere moralmente ad abbracciare piuttosto questa che quella religione, o anche una qualsiasi; egli dunque è libero moralmente o sia di scartarle tutte, o sia di sceglier una a piacimento, di professarla col culto che le sia proprio, e di comunicare agli altri or colla parola or colla stampa i proprii convincimenti. Dall'altra parte il Governo, che dee tutelare tutti i diritti de' governati, non potrebbe satisfare a così fatto suo debito, se esso in quanto Governo professasse una speciale religione, massime la cattolica; essendo che ogni religione, e questa segnatamente, tende di sua natura ad escluder le altre. Il Governo dunque, in quanto tale, dev'essere, estraneo ad ogni culto, e quindi separato dalla religione. Ma se il Governo non riconosce nessuna religione, e come tale per conseguenza si professa ateo; donde attingerà egli la ragione del suo essere; e da quale principio deriverà le leggi sociali necessarie per ordinare lo Stato, e la potestà di farle valere? La fonte de' diritti per lui non potrà essere che il popolo: questo col suo suffragio universale dovrà crearlo; questo conferirgli l'autorità e la forza; e questo colla pubblica opinione, che è lo strumento con cui manifesta i suoi pensieri, dirigerlo nell'uso che sia da fare dell'una e dell'altra.
Noi più volte abbiamo impugnato direttamente queste massime pratiche del liberalismo, contro alle quali sta non meno la ragion naturale, che l'insegnamento infallibile della Chiesa; nè per quanto l'abbiam fatto sinora del nostro miglior modo, crederemo dovercene rimanere per l'avvenire, essendo pur troppo vasto il contagio da esse gittato nella umana società, e facile l'apprendersi, almeno in parte, anche a coloro che professano obbedienza alla Chiesa. Ma questa volta, per combattere sì ree dottrine nella lor comune radice, ci siamo deliberati di esaminar di proposito, avvegnachè brevemente, il principio della indifferenza religiosa, dal quale, come abbiam veduto, logicamente dipendono. Noi ne mostreremo tutta l'assurdità con argomenti non nuovi certamente e molto meno astrusi e sottili, ma per ciò stesso tanto più capaci d'ingenerar l'evidenza. Il che varrà così a far aborrire il principio in sè medesimo, come a far rigettare quelle false conseguenze che ne sono la logica derivazione.

II.

Innanzi tutto, per procedere con ordine, è necessario che conveniamo co' nostri avversarii intorno a ciò che debba intendersi per Religione. Nè questo sarà difficile, poichè a noi basta per ora tenerci alle nozioni generali, che derivano dalla pratica di tutt'i popoli, non solo civili ma anche barbari, e d'ogni tempo e nazione. Stando dunque al concetto universalissimo di tutte le genti, niuno avrà difficoltà di ammettere, che la Religione consiste negli esercizii di quegli atti, co' quali la creatura ragionevole procaccia di rendere ossequio alla divinità, e di cui si aspetta dalla medesima la condegna mercede.
Ciò posto, il senso più ampio che possa darsi al principio della indifferenza religiosa, si è, che non rispondendo nessuna realtà al sopra detto concetto, per quanto esso sia stato e sia comune a tutt'i popoli della terra, non è da farne altro caso, che quello di una volgare ubbìa; libero ad ognuno o sia di disprezzarla, o sia di acconciarvisi nel modo che più gli aggrada.
Ma codesta indifferenza o suppone l'ateismo, ovvero una idea della divinità, così ripugnante ai più essenziali attributi, che la ragione è costretta di riconoscervi, che poco o nulla si differenzia dall'ateismo. Di fatto, se intanto si dice che il concetto della religione manca di realtà, in quanto s'intenda che non esiste l'obbietto, all'ossequio del quale essa debba indirizzare i suoi atti, cotesto è pretta e smaccata negazione di Dio. Se poi si suppone, che esiste un essere, a cui possa attribuirsi l'appellazione di Dio; ma o che a quest'essere non convenga nessun culto, o che sia cosa indifferente il darglielo ovvero no, e come nell'una ipotesi non si debba aspettare nessun bene, così nessun danno si debba temere nell'altra; ognuno scorge che un Dio di questa fatta è un Dio contradditorio, siccome quello che o non meriterebbe di essere riconosciuto com'essere supremo, o non si curando di esserlo, non sarebbe nè santo, nè provvido, nè giusto. La quistione adunque, sotto questo rispetto, più che cogl'indifferenti in religione, dovrebbe agitarsi cogli atei, o con coloro che hanno di Dio un concetto che viene a coincidere coll'ateismo: che non è il punto di che ora intendiamo disputare.
Supposto dunque che gli avversarii, co' quali al presente abbiamo briga, ammettano, come difatti ammettono, l'esistenza di Dio, non solo attribuendogli la personalità, ma anche le perfezioni che la ragione ci fa intendere essergli essenziali; qual senso, secondo questi, dovrà avere il principio della indifferenza religiosa? I più ampii sono coloro, che non riconoscono nessuna rivelazione soprannaturale, ed anzi la dicono impossibile; e si appellano variamente o deisti, o naturalisti, o razionalisti, secondo le varie differenze de' sistemi filosofici a' quali appartengono. Costoro affermano che tutte le religioni positive sono altrettanto forme di un'unica religione naturale, la quale ne' varii tempi e luoghi prende varie sembianze, e le va di tempo in tempo perfezionando, e sotto ciascuna di esse rende all'Essere supremo il debito culto. Donde conchiudono essere indifferente all'essenza della religione o questa o quella forma diversa; poichè qualunque si scelga, in essa e per essa è salvo nella sostanza l'ossequio che si deve alla divinità.
Non sarebbe così immediatamente manifesta l'assurdità di questa sentenza, se le varie religioni, o che si praticano al presente o che furono in vigore pel passato, si accordassero tutte, almeno ne' concetti più elementari dell'etica naturale. Ma chi è così estraneo alla storia o così ignorante di ciò che passa ne' nostri tempi medesimi presso le diverse nazioni, il quale ignori la discrepanza di tutte o quasi tutte le religioni ne' primi stessi principii di natural dirittura? Il primo fondamento di ogni religione è il concetto della divinità; e da questo necessariamente prende essere e norma il culto. Or quali e quante mostruosità non hanno falsato e non falsano tuttavia in tante e tante religioni l'idea dell'essere divino? Il politeismo, che pur fu la base di tutti i culti prima del Cristianesimo, è per sè stesso un assurdo, ponendo moltiplicità in quella sostanza, che è essenzialmente e indivisibilmente una. Ma quanti altri assurdi sono stati accumulati sopra questo, l'uno più dell'altro ripugnante alle divine perfezioni? Basta volgere il pensiero alle varie teogonie de' diversi popoli della terra per rimanere, non sappiamo se più ammirato o atterrito di tante aberrazioni della nostra povera ragione. Diremo dunque che Dio debba tenersi onorato di così fatti culti, non meno che il sia dove il suo santo nome è debitamente riconosciuto ed adorato? Ma primieramente con que' culti si nega al vero Dio l'ossequio, che come a tale gli è dovuto, e concedesi invece a false divinità: il che non è altro che apostasia e ribellione. Si dirà dunque che l'apostasia è un atto di ossequio, e la ribellione un atto di obbedienza? In secondo luogo, supposto ancora per vero ciò che in difesa del politeismo adducevano i filosofi gentili, che cioè i molti iddii fossero altrettanti simboli da figurare i diversi attributi di un unico Dio; chi non vede la somma ingiuria che a questo Dio si arreca anche ammessa una tale spiegazione? Perciocchè eziandio in questa ipotesi o gli sarebbero negate essenziali perfezioni, necessarie a riconoscersi dalla ragione, o gli sarebbero attribuite imperfezioni, che la stessa umana ragione dee confessar ripugnanti alla sua natura divina. Vorremmo pertanto dire che quello stesso che torna a somma ingiuria del Creatore, debba essere reputato mezzo acconcio per onorarlo? E se questo è un assurdo; assurdo è per conseguenza che o sia col politeismo, che adora più dei, o sia con altre religioni che sebbene riconoscano l'unicità di Dio, non abbiano però il debito concetto de' suoi divini attributi, si possa allo stesso modo rendergli il culto dovuto.
E pure il concetto di Dio, e l'adorazione che corrisponde a questo concetto, è una parte essenziale sì veramente della religione, ma non è tutta la religione. Con questa vanno connessi altri doveri, i quali, per non dilungarci in troppe particolarità, possiamo tutti comprendere in una formola generica di legge morale.
Or chi non sa le infinite differenze in tante diverse religioni ne' giudizii morali, condannando alcune come opere ree quelle che altre approvano come sante, e le une dicendo lecito ciò che le altre riprovano come illecito? E perocchè in tanta contrarietà di pareri è pur necessario che alcuni sieno veri ed altri falsi, e per conseguenza che alcune opere sieno per sè prave e perciò proibite da Dio, ed altre giuste e doverose, e perciò comandate; vorremo persuaderci che tanto colle prime, quanto colle seconde si possa onorare il Creatore, o sia cioè ubbidendo alla sua legge, o sia calpestandola? Nè vale il dire, che una sì fatta disubbidienza sarebbe materiale, a cagione dell'ignoranza, che è da supporre nelle false religioni. Poichè sebbene l'ignoranza può essere in molti casi buona scusa; in altri assai, dove si tratta di primi principii di naturale onestà, non può in niuna guisa giustificare. E nondimeno in tutte le false religioni s'incontra, che quello che è per sè riputato illecito e turpe per consenso di tutti gli uomini, non solo alcune volte è consentito, specialmente sotto il pretesto di alcun motivo religioso, ma spesso è anche comandato come atto di culto. Il che se pruova dall'una parte lo sforzo che fanno le passioni per acchetare i richiami della coscienza; dall'altra dimostra che anche in mezzo alle tenebre degli errori non si riesce giammai a disconoscere del tutto le tracce della legge morale, impressa da Dio nella nostra ragione. Ma se è così, in qual animo ragionevole può capire, che possano tornare in onore di Dio quegli atti, che esso, al cui ossequio si dicono diretti, condanna come abbominevoli, e che come tali sono in sè stessi riconosciuti da que' medesimi che li praticano? Non è dunque quistione di forma nelle diverse religioni, ma di sostanza: essendo che le varietà ed anzi le contraddizioni fra quelle non cadono solo nelle diverse fogge delle manifestazioni religiose, ma molto più nella essenza del culto e de' doveri che lo riguardano.
Per altro i nostri avversari, i quali non ammettono nè il fatto nè la stessa possibilità di una rivelazione soprannaturale, per forme intendono le prescrizioni positive, che s'incontrano presso tutti i popoli, fatte a nome della divinità. Ma appunto queste forme positive sono quelle, che in tutte le false religioni hanno alterata la sostanza della religione naturale, non trovandosi niuna fra le tante sètte bugiarde, in cui sieno rimasti intatti tutti i precetti morali. Dall'altro lato, quando pure tutte le religioni positive avessero conservato intero il deposito delle verità naturali, non veggono essi, che quel dippiù che vi ha per dirsi positive, non potrebbe ridursi a semplice forma, libera a ritenere, ad abbandonare o a scambiare con altra? Imperciocchè può ella dirsi cosa indifferente, che una forma positiva di culto imposto a nome della Divinità, sia veramente dalla Divinità comunicata, ovvero inventata da astuti impostori a ludibrio de' popoli? Nel primo caso provenendo da Dio, e come sua legge, è chiaro che obbligherebbe tutti; e il conformarvisi tornerebbe necessariamente ad ossequio del legislatore. Nel secondo caso non solo non potrebbe obbligare, ma dovrebbe respingersi; poichè una legge, che non è del principe e vien promulgata a nome del principe, è una delle offese più gravi che gli si possano fare, perchè è un attentato contro alla sua sovranità. Non sono dunque indifferenti le forme positive, anche supposto che in tutte esse sieno serbate le leggi della dirittura naturale; e ciò tanto nell'ipotesi che una soltanto delle dette forme sia veramente rivelata da Dio, e le altre simulate dagli uomini; quanto nella ipotesi contraria, di che al presente non disputiamo, che Dio non abbia fatta nessuna rivelazione. E perciò, per qualunque verso si consideri il sistema dell'assoluta indifferenza in opera di religione, è un sistema evidentemente assurdo e contraddittorio.

III.

Ond'è che la indifferenza religiosa colla detta ampiezza, se tuttavia è da alcuni sostenuta, lo è da coloro che quanto a sè fanno professione di ateismo; e solo per condiscendere, come dicono, ai pregiudizii volgari, acconsentono che sino a tempi più maturi ciascuno si conformi nelle pratiche esterne alla religione in cui è nato. Più pernizioso, perchè a prima vista sembra meno irragionevole, è l'errore di coloro, i quali restringono così fatta indifferenza alle sole sètte cristiane. Costoro ammettono la rivelazione soprannaturale, riconoscono la divina missione di Cristo, la verità della sua dottrina, e la esistenza di una società religiosa, in cui è professata quella dottrina, e mercè di cui credono che si possa ottenere la salute eterna. Aggiungono però che questa società non è ristretta dentro i soli limiti della Chiesa cattolica, ma che si estende, alcuni dicono a tutte le sètte che appellansi cristiane, ed altri a parecchie solamente, come a dire alla chiesa greca scismatica, all'anglicana e alle altre confessioni protestanti, o ad alcune soltanto fra queste. Per costoro il campo della indifferenza è più o meno largo, conforme il maggiore o minor numero delle diverse confessioni, che formano, secondo essi, la vera Chiesa di Cristo; e perciò dicono esser libero ad ognuno professare qual più gli piaccia di queste svariate forme del cristianesimo; poichè in qualunque e per qualunque di esse si può rendere il debito culto a Dio, e conseguire il fine della beatitudine eterna.
Questa dottrina è comunissima fra gli eterodossi, i quali per contrario fanno un carico alla Chiesa cattolica dell'attribuire che essa fa a sè sola il vanto di essere la vera Chiesa di Cristo; e l'accusano d'intolleranza, perchè non vuole accordarsi colle altre sètte dissidenti, di odio perchè le reputa nemiche, e di crudeltà perchè condanna inesorabilmente al fuoco eterno chiunque non professa i suoi insegnamenti e le sue pratiche. Nè sono i soli eterodossi a pensare in questo modo. Fra gli stessi cattolici, o piuttosto fra quelli che vogliono passar per tali, vi ha parecchi i quali si accostano or più or meno ai detti errori; e la parentela che questi hanno col moderno liberalismo ne rende anche più pericoloso il contagio. Vediamo dunque se anche costoro s'ingannano e sino a qual punto.
Gli uomini che così pensano fanno, come s'è detto, professione d'essere cristiani, ammettono la divina missione di Cristo, lo riconoscono capo e fondatore di una religione, e credono che questa sua religione è vera in sè stessa, e necessaria a tutti per ottenere la salute sempiterna. Ma ogni religione ha la sua parte dommatica, perchè non è possibile che sussista una religione senza un corpo di dottrina; ha inoltre la parte morale, perchè è destinata a dirigere l'uomo ne' suoi doveri verso la Causa prima; finalmente, conviene che formi una società, perchè non può aver atto senza una moltitudine, in qualche modo organizzata che la professi. Adunque i nostri avversarii ci concederanno che Cristo, fondando la vera religione, insegnò una dottrina che si dovesse da tutti tenere come vera, impose precetti che tutti fossero obbligati di praticare, e fondò una società, a cui fosse necessario appartenere, se si bramasse andar salvo. Donde consegue, che se si venga ad alterare quella dottrina che Cristo insegnò, a corrompere i precetti che impose, ed a guastare l'organismo sociale che esso disegnò, si avrà una forma di Cristianesimo che non è la stabilita da Cristo, e da lui comunicata siccome mezzo necessario di salute.
Ciò posto si dia uno sguardo alle varie sètte cristiane, e si vegga quali e quante differenze sono in esse intorno ai tre capi mentovati. Quanta varietà ne' dommi della fede, non solo in tutte esse paragonate colla Chiesa cattolica e fra loro, ma in ciascheduna considerata ne' varii tempi, ne' varii paesi, e diremo anzi ne' diversi individui! Chi ci può dire che cosa si creda e che cosa non si creda nel Protestantesimo, se ognuno è libero, secondo la interpretazione che gli piaccia di dare alla Bibbia, di formarsi da sè un sistema di dottrine? Ed al presente tutte le sètte si può dire che siensi fuse col protestantesimo; poichè il principio del libero esame, che prima era implicito in tutte le fazioni ereticali, promulgato una volta apertamente, non potea essere in buona logica ripudiato da niuna. Lo stesso discorso è da fare de' precetti: ed anzi, stabilito per fondamento pratico di tutte le confessioni protestanti, e per conseguenza di tutte le sètte incorporatesi col protestantesimo, il domma della inutilità delle buone opere; non v'è più luogo a precetti propriamente detti, non potendo concepirsi che obblighi come mezzo ciò che è creduto inutile al fine. Riguardo finalmente all'organizzazione sociale, noi possiamo sì veramente ammirare una portentosa unità di forma e simmetria di ordine nella Chiesa cattolica, essendo tutte le sue parti congegnate per guisa, che rendano immagine di un corpo perfettissimo. Ma per contrario nelle altre confessioni, se si confrontino fra loro e colla Chiesa cattolica, non vi si scorge nessun legame sociale, per cui si possano dire unificate insieme: e se si considerino separatamente, vi si vede un'aggregazione di parti tutt'al più, ma senza coesione fra loro, perchè senza unità di dottrina, come nelle protestanti; o almeno senza coesione con un centro comune, come nelle chiese scismatiche, anche supposto, ciò che non è, che mantengano l'unità della dottrina.
Messe le quali varietà, ed anzi, contraddizioni, delle diverse chiese o sètte cristiane per rispetto ai tre punti indicati; per potere ciò non ostante affermare che in tutte o almeno in alcune di esse si professi il vero cristianesimo, e si possa per conseguenza ottenere la salute eterna; bisognerebbe ad ogni patto sostenere che Cristo è indifferente alle diverse e contraddittorie interpretazioni che corrono in quelle diverse sètte della sua dottrina e de' suoi precetti, e che per lui è tutt'una cosa qualunque si voglia di quelle forme di reggimento che esse si sieno date.
Ma basta aprire il nuovo Testamento, che pur è riconosciuto infallibile da quanti si professano cristiani, per intendere la manifesta falsità di queste ipotesi. E per ciò che spetta alla dottrina, è cosa notissima, che il fine immediato della missione di Cristo fu appunto insegnare agli uomini le verità al mondo nascoste, che egli aveva attinto dal seno del divin Padre: «La mia dottrina, egli diceva ai Giudei, non è mia, ma di colui che mi ha mandato [1]»; e «come il Padre l'ha comunicato a me, così io la comunico a voi... Se voi vi manterrete fedeli alle mie parole, voi sarete veramente miei discepoli, e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi [2].» Or potea Cristo essere indifferente, rispetto a ciò che riguardava siccome il fine prossimo, pel quale il Padre lo inviò al mondo; o lasciare alla balìa di diverse e contrarie interpretazioni il senso dei suoi insegnamenti, la cui conoscenza era messa da lui come necessaria condizione a divenir suo discepolo ed ottenere il frutto della sua redenzione? Tutto al contrario: non solo egli non lascia una tal libertà, ma vuole anzi un'adesione di animo assoluta e piena alle cose rivelate da lui. E però se loda in molti luoghi del Vangelo la sommissione di coloro, che accettavano con docilità la sua dottrina; in altri assai riprende con severissime parole la durezza degli Ebrei, che non ostante la grandezza ed evidenza di tanti suoi prodigii, ripugnavano a credere: e come a coloro che si sarebbero mantenuti stabili nella fede, comprovandola colle opere, promette in guiderdone la vita eterna; così per opposto dichiara, che chi non crede alle sue parole, con ciò solo si condanna da sè stesso. «Dio ha talmente amato il mondo, diceva egli a Nicodemo, che ha dato il Figliuol suo unigenito; affinchè chiunque in lui creda non perisca, ma abbia la vita eterna. Conciossiachè non ha Dio mandato il Figliuol suo al mondo per condannare il mondo, ma affinchè per mezzo di esso il mondo si salvi. Chi in lui crede non è condannato: ma chi non crede è stato già condannato; perché non crede nel nome dell'unigenito Figliuol di Dio. E la condannazione sta in questo: che venne al mondo la luce, e gli uomini amaron meglio le tenebre che la luce; perchè le opere loro eran malvage [3].» Il che confermò più solennemente allorchè impose agli Apostoli di annunziare la buona Novella a tutte le genti. «Andate, disse loro, per tutto il mondo, predicate il Vangelo a tutte le creature. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo: chi poi, non crederà, sarà condannato [4]
Le quali sentenze tolgono ogni sfuggita a chi volesse affermare, che la necessità della fede, tanto volte inculcata da Cristo, riguardi soltanto la sua persona e la sua missione in generale. Egli non insegnò solamente cotesta verità fondamentale, ma altre assai; e quando diè il mandato agli Apostoli di ammaestrare tutti gli uomini, non restrinse a quest'unico domma il loro insegnamento; ma gl'incaricò di predicare tutto il Vangelo, val quanto dire tutte le dottrine, di che gli avea immediatamente istruiti. Ed appunto per renderli acconci a questa sì divina impresa, troppo superiore alla umana capacità, diè loro il dono dello Spirito Santo, siccome ne gli aveva ammoniti poche ore prima della sua morte in quel divino sermone, registrato in S. Giovanni: «Io pregherò il Padre, così dicea loro, e vi darà un altro Paracleto, affinchè resti con voi eternamente; lo Spirito di verità, cui il mondo non può ricevere, perchè non lo vede, nè lo conosce: voi però lo conoscerete; perchè abiterà con voi e sarà con voi [5]»; e poco, appresso: «Queste cose ho detto a voi, conversando tra voi. Il Paracleto poi, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel nome mio, egli insegnerà a voi ogni cosa, e vi ricorderà tutto quello che ho detto a voi [6]
E gli Apostoli, fedeli al comando del divino Maestro, non richiesero soltanto come necessaria alla salute la fede nella sua divina missione, ma allo stesso modo la fede in tutte le altre verità, che annunziavano in nome di lui. Di questo ci fan testimonio quasi tutti i loro scritti, de' quali ci basterà citare per esempio solamente qualche sentenza delle più brevi. L'Apostolo Paolo, dopo avere ampiamente svolto questo domma della necessità della fede in quella sua sublime lettera ai Romani, la conchiude colle seguenti parole: «Io poi vi prego, o fratelli, che abbiate gli occhi addosso a quelli, che pongono dissenzioni e inciampi contro la dottrina, che voi avete apparata: e ritiratevi da loro. Imperocchè questi tali non servono a Cristo Signor nostro, ma al proprio lor ventre: e con le melate parole e con l'adulazione seducono i cuori de' semplici [7].» Con parole anche più gravi ammonisce i Galati a non porgere orecchio alle nuove dottrine, che alcuni andavano spargendo tra essi: «Quand'anche noi, scriveva loro, o un angelo del cielo evangelizzi a voi oltre quello, che abbiamo a voi evangelizzato, sia anatema. Come dissi per l'innanzi, dico anche adesso: Se alcuno evangelizzerà a voi oltre a quello, che avete appreso, sia anatema [8]. » Ammonendo poi il Vescovo Tito, come dovesse comportarsi co' ribelli alla fede: «L'uomo eretico, gli dice, dopo la prima e la seconda correzione sfuggilo; sapendo che questo tale è pervertito, e pecca, come quegli che per proprio giudizio è condannato [9]
Con formole somiglianti si parla nel Nuovo Testamento della necessità di osservare i precetti evangelici, per giungere a salvamento. Ci contenteremo anche qui, stante la somma evidenza della materia, di poche citazioni. Ecco le parole con cui Cristo presso S. Matteo diede il mandato agli Apostoli di evangelizzare il mondo: «Andate adunque, disse loro, istruite tutte le genti, battezzandole, in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo: insegnando loro di osservare tutto quello che io vi ho comandato [10].» E perchè s'intendesse con qual rigore domanderà ragione nel giorno estremo della osservanza della legge da lui promulgata, mette in esempio quei precetti che sembrano meno gravi, come sono le opere della misericordia; dichiarando che chiamerà a parte del regno del Padre suo coloro che le avranno praticate, e che condannerà al fuoco eterno quegli altri che le avranno trascurate [11].
La medesima verità risulta da tutte le lettere apostoliche, lo scopo delle quali non è solo ammaestrare nelle verità necessarie a credere, ma anche nei precetti da compiere, in quanto la fede senza l'adempimento della legge non potrebbe salvare. Il quale domma, che è necessariamente connesso con assaissime di quelle sentenze, vien dichiarato direttamente e di tutto proposito da S. Giacomo nella sua epistola cattolica. «Che pro, egli dice fra le altre cose, che pro, fratelli miei, se uno dica di aver la fede, e non abbia le opere? Potrà forse salvarlo la fede? Che se il fratello e la sorella sono ignudi e bisognosi del cibo quotidiano, e uno di voi dica loro: Andate in pace, riscaldatevi e satollatevi, nè diate loro le cose necessarie al corpo, che gioverà? Così la fede, se non ha le opere, in sè medesima è morta [12]
Ci rimane a dire dell'ultima condizione, che è di appartenere alla società che Cristo intese istituire, per vedere se può ad essa soddisfarsi scegliendo ad arbitrio fra le forme diverse di Cristianesimo che esistono. Certo è che Cristo nella società fondata da lui, la quale addimandò Chiesa, volle imprimere la massima unità; così fatta cioè che rendesse immagine dell'unità più perfetta che si possa pensare, che è quella che intercede fra le divine persone, e fosse per sè sola argomento al mondo della sua celeste missione. Ecco di fatti come ne pregò il divin Padre nel citato sermone: «Nè io prego solamente per questi (cioè per gli Apostoli); ma anche per coloro i quali per la loro parola crederanno in me: che sieno tutti una sola cosa, come una sola cosa siam noi. Io in essi, e tu in me, affinchè sieno consummati nell'unità; e conosca il mondo che tu mi hai mandato ed hai amato loro, come hai amato me [13].» Al qual concetto, espresso da Cristo in questa divina preghiera, corrisponde il maraviglioso ritratto, che fa Paolo Apostolo della Chiesa; rappresentandola non come un semplice aggregato di parti, che formino in qualunque modo un tutto morale, ma in sembianza di un corpo fisico e vivo, il quale nella coordinazione delle membra, variamente potenziate, faccia scorgere insieme l'unità della sostanza e la qualità del principio vitale che l'informa. Le sue parole suonano così nella lettera agli Efesini: «Ma seguendo la verità nella carità, andiamo crescendo per ogni parte in lui, che è il capo, cioè Cristo: da cui tutto il corpo compaginato, e commesso per via di tutte le giunture di comunicazione, in virtù della proporzionata operazione di ciascun membro, prende l'augumento proprio di corpo [= cresce proprio come un corpo, lat. augmentum corporis facit, N.d.R.] a sua perfezione mediante la carità [14]
Or è necessario appartenere a questo corpo per conseguir la salute? Basta il semplice buon senso a render la risposta. Imperciocchè se causa della nostra salute è solo Cristo, e Cristo la opera mediante il suo influsso in questo gran corpo; è lo stesso star separato da esso corpo, che star separato dalla causa della propria salute. Dirassi per ventura che Cristo è libero di fare altrettanto anche in altri corpi, disgiunti da questo. Ma in tal caso egli avrebbe istituiti diversi corpi, ne' quali dovesse verificarsi quella unione con lui, e quindi col divin Padre, che chiese colla sua orazione; ma non dovesse però aver luogo nessun rapporto scambievole fra le membra di questi corpi diversi. Or egli significò in quella stessa orazione, che l'unione di lui colle membra opererebbe altresì la perfettissima unità delle membra fra loro. Egli dunque non volle istituire corpi, che fossero diversi e disuniti fra loro, e nondimeno congiunti ed uniti con lui. Per contrariò avvertì solennemente che tutti coloro che ubbidissero agli Apostoli, cioè ai reggitori della sua Chiesa, ubbidirebbero a lui stesso; e che sprezzerebbero lui, quanti dispregiassero quelli [15]. Onde comandò che chiunque ammonito dalla Chiesa non si volesse a questa soggettare, fosse tenuto in conto di pubblicano e gentile [16].

O dunque si guardi alla dottrina, che Cristo rivelò al mondo, o ai precetti che impose, o finalmente alla società che istituì, in cui si dovesse professare la sua dottrina ed osservare la sua legge; non è lasciato alla libera scelta di ciascuno appartenere a qualunque si voglia delle varie sètte cristiane, per ottenere in essa e per essa la vita eterna; ma è del tutto necessario esser membro di quell'unica Chiesa, che fu dal medesimo Cristo istituita, come mezzo esclusivo di salute.

IV.

Ma se la evidenza delle ragioni vale a far riconoscere a prima vista l'assurdità del sistema dell'indifferenza religiosa; la evidenza de' mali morali, che esso attuato nella pratica ingenera nella odierna società, non è meno efficace a mettere in mostra la pessima qualità del veleno che racchiude. Questi mali furono assai bene compendiati dal N. S. Padre Pio IX nell'Enciclica ai Vescovi di Austria colle seguenti parole: «A voi soprattutto sono noti gl'innumerabili e per certo funestissimi danni, che nella cristiana e civile repubblica scaturiscono dal turpissimo errore dell'indifferentismo. Poichè per esso tutt'i doveri inverso Dio, nel quale viviamo, ci moviamo ed esistiamo, sono trasandati; per esso è postergata la santissima religione; e da esso sono scossi e quasi abbattuti i fondamenti di ogni dritto, giustizia e virtù. Dalla quale sconcissima forma d'indifferentismo non si discosta gran fatto quel sistema d'indifferenza per rispetto alle religioni, sistema uscito fuori delle tenebre, pel quale uomini alienati dalla verità, nemici della vera confessione, della propria salute dimentichi, maestri di dottrine contraddittorie, e non mai fermi in una stessa sentenza, non ammettono niuna differenza fra le diverse professioni di fede, e proclamano ad ogni tratto la pace con tutti, affermando che a tutti è dischiuso da qualsivoglia religione il porto di vita eterna [17]». A farci persuasi della verità di queste affermazioni del S. Padre, basta gittar per poco lo sguardo nelle opere di coloro, che si lasciano governare da così fatti principii.
E di vero, la prima conseguenza pratica dell'indifferenza in religione, sia l'assoluta sia la relativa, è che non solo fa trasandare i doveri più sacrosanti e più gravi della legge naturale, quelli cioè che riguardano il culto di Dio; ma o distrugge affatto questa legge, o certo toglie alla coscienza il più forte motivo per doverne osservare una qualunque parte. E per verità è fatto notorio, che gl'indifferenti in opera di religione, quale che sia il sistema che essi tengano speculativamente, in pratica non si danno nessun pensiero di adempiere ai doveri religiosi, se pur non si tratti di qualch'opera esterna, che imponga la convenienza e non costi gran sacrifizio. Domandato di fatto ad un di costoro, pognamo che sia nato cattolico, se egli usa alla chiesa, almeno le feste, se si appressa ai sacramenti, se non altro una volta ogni anno, se guarda i giorni di magro, e va dicendo; esso vi risponderà con un riso di scherno, o s'è cortese compatirà alla grettezza del vostro spirito, tuttora impastoiato ne' pregiudizii del medio evo. E sia l'indifferente nato cattolico, sia nato in qualsivoglia setta, la logica lo mena necessariamente a non fare nessun caso di tutti gli ufficii di religione, anche di quella che pur dice di professare. Perciocchè, se per lui tutte le religioni, le cristiane almeno, sono ugualmente buone; non v'ha ragione perchè debba credersi obbligato ai precetti d'una di esse, piuttosto che d'altra; e quindi è conseguenza naturalissima e logicamente necessaria che li trasandi tutti.
Ora quest'uomo, il quale non si riconosce stretto da doveri religiosi, si riconoscerà egli ligato da altri precetti della legge morale? È un principio non solo ammesso da tutti i filosofi, ma immedesimato, per così dire, coll'umana ragione, che la legge morale ha una dipendenza assoluta e necessaria dalla religione; e noi in altro luogo [18] dimostrammo contro i liberi pensatori, che voler separare la morale dalla religione è lo stesso che distruggerla. Chi dunque è indifferente in religione, deve per necessità essere indifferente anche in morale: il che vuol dire, o negare affatto la legge morale, o almeno non riconoscere il principio formale della sua obbligazione; che in pratica torna lo stesso che negarla.
In effetto il principio formale della obbligazione morale è Dio, in quanto legislatore. Per conseguenza il concetto proprio dell'obbligazione morale consiste nel dovere, inseparabile dalla creatura ragionevole, di obbedienza a Dio. Or che professa l'indifferente in religione? L'abbiam già veduto: ci si reputa sciolto da tutt'i doveri religiosi, ch'è quanto dire da ogni obbligo di obbedienza a Dio, che è appunto l'obbietto adequato della religione: egli dunque, con ciò stesso che si professa indifferente in religione, nega, almeno implicitamente, il principio formale dell'obbligazione morale.
Ed ecco la vera sorgente di tutti i mali, che oggi travagliano la società sotto qualunque aspetto si consideri. Poichè, se si guardi alla vita speculativa, tolta all'intelletto la norma delle verità rivelate, che lo tengano affrenato ne' suoi discorsi, non vi sarà errore sì assurdo e mostruoso, che non possa abbracciare come peregrina verità, se gli è presentato con qualche ingegnoso sofisma. E così veggiamo non solo tollerati, ma in credito ed in onore sistemi di filosofia, che meglio si appellerebbero delirii: il razionalismocon tutte le sue derivazioni; il panteismo, secondo le varie forme, l'una più capricciosa dell'altra, in che si atteggia; il materialismo che toglie di mezzo Dio, e a Dio sostituisce la materia eterna; finalmente ilpositivismo, che non ammette la possibilità di conoscer nulla degli obbietti razionali, e di questa ignoranzasi fa un primo principio logico per dover negare Dio, l'anima ed ogni destinazione oltramondana. Le quali empietà se possono non solo mostrarsi all'aperto per le stampe in tanti libri, ma esser dettate da tante cattedre, e venir raccolte dalla gioventù come il distillato della moderna sapienza, si deve appunto al reo dettame, sì generalmente invalso ai tempi nostri, che come si può essere indifferente a qualunque religione, cosi l'intelletto non può esser legato da niuna legge nelle sue opinioni.
Se poi si riguardi alla vita civile, ammessa una volta nella società l'indifferenza religiosa, e sottratto per conseguenza il principio dell'obbligazione morale, non è possibile tenere altra norma nell'operare, che quella dell'interesse, della utilità, o del piacere, se non sempre professata esplicitamente come sistema, sempre però intesa come regola pratica. E però è vano sperare da quanti sono indifferenti in religione nessuna morale probità nella maggior parte de' loro atti, se non in quanto l'aver fama od anche una tal quale sostanza di onestà si giudichi conveniente ai fini imposti o dall'interesse o dal piacere. E perocchè l'interesse e il piacere di rado impongono atti di naturale onestà, salvo che nelle cose più facili o di pubblica convenienza; e per contrario sogliono essere i più forti moventi delle passioni in ogni opera d'ingiustizia e turpitudine: chi ci può dire che sarebbe per diventare la umana società, se in essa prevalesse generalmente la massima della indifferenza religiosa? Ce ne porge un'idea quella parte, che al presente ne è infetta, avvegnachè per divina misericordia non è la più numerosa. Ciò che a questi uomini unicamente importa è traricchire e godere; nel che, se ne hanno l'agio, non riconoscono nè misura ne modo. L'ingiustizia, la prepotenza, l'oppressione, la frode sono mezzi tanto più preferiti, quanto più conducenti allo scopo. Se poi non ne hanno l'agio, la smania che li divora in quella loro impotenza, li sospinge a delitti non meno atroci e inumani. I primi sono i gaudenti del secolo, i quali hanno rinnovato nell'età nostra, se non anzi superato, i costumi del paganesimo; ed i secondi sono i vagheggiatori del comunismo, i quali racconsolano la rabbia delle presenti sofferenze colla speranza di poter un giorno attuare il disegno di Spartaco.
Finalmente se si vuole una pruova di ciò che l'indifferenza religiosa possa fare in politica, non ci spenderemo molte parole: basta mirare nel Governo italiano. L'indifferenza religiosa lo conduce logicamente alla separazione dalla Chiesa: la separazione dalla Chiesa non meno logicamente lo trascina alla persecuzione della medesima; e questa da ultimo lo incalza nella fatale conseguenza «di dover scuotere e quasi sovvertire, come dice il S. Padre, i fondamenti d'ogni diritto, giustizia e virtù.» Cotesta è la vera sintesi del Governo della penisola, da che esiste un Regno che si appella d'Italia; e pur troppo non ha bisogno di dimostrazione, essendo manifesta agli occhi di tutti. Del rimanente per chi non avesse occhi da vedere, crediamo averla dimostrata ad evidenza, e non una volta solamente, ne' nostri quaderni.
Intanto per le cose da noi esposte può ognuno argomentare il brutto mostro che è il sistema dell'indifferenza religiosa, comunque e dentro qualsivoglia ampiezza si riguardi. Tuttavia per meglio mostrarne la irragionevolezza, esamineremo in un altro quaderno i principali argomenti o piuttosto sofismi, co' quali si procura di persuaderla.



NOTE:

[1] Ioann. VII, 16. [Respondit eis Jesus, et dixit: Mea doctrina non est mea, sed ejus qui misit me. N.d.R.]
[2] Ibid. VIII, 28-32. [Dixit ergo eis Jesus: Cum exaltaveritis Filium hominis, tunc cognoscetis quia ego sum, et a meipso facio nihil, sed sicut docuit me Pater, hæc loquor: et qui me misit, mecum est, et non reliquit me solum: quia ego quæ placita sunt ei, facio semper. Hæc illo loquente, multi crediderunt in eum. Dicebat ergo Jesus ad eos, qui crediderunt ei, Judæos: Si vos manseritis in sermone meo, vere discipuli mei eritis, et cognoscetis veritatem, et veritas liberabit vos. N.d.R.]
[3] Ibid. III, 16 e segg. [Sic enim Deus dilexit mundum, ut Filium suum unigenitum daret: ut omnis qui credit in eum, non pereat, sed habeat vitam æternam. (...)  N.d.R.]
[4] Marc. XVI, 16, 17. [Et dixit eis: Euntes in mundum universum prædicate Evangelium omni creaturæ. Qui crediderit, et baptizatus fuerit, salvus erit: qui vero non crediderit, condemnabitur N.d.R.]
[5] Ioan. XIV, 16, 17. [et ego rogabo Patrem, et alium Paraclitum dabit vobis, ut maneat vobiscum in æternum, Spiritum veritatis, quem mundus non potest accipere, quia non videt eum, nec scit eum: vos autem cognoscetis eum, quia apud vos manebit, et in vobis erit. N.d.R.]
[6] Ibid. 25, 26. [Hæc locutus sum vobis apud vos manens. Paraclitus autem Spiritus Sanctus, quem mittet Pater in nomine meo, ille vos docebit omnia, et suggeret vobis omnia quæcumque dixero vobis.N.d.R.]
[7] Rom. XVI, 17, 18. [Rogo autem vos fratres, ut observetis eos qui dissensiones et offendicula, præter doctrinam, quam vos didicistis, faciunt, et declinate ab illis. Hujuscemodi enim Christo Domino nostro non serviunt, sed suo ventri: et per dulces sermones et benedictiones seducunt corda innocentium. N.d.R.]
[8] Gal. I, 8, 9. [Sed licet nos aut angelus de cælo evangelizet vobis præterquam quod evangelizavimus vobis, anathema sit. Sicut prædiximus, et nunc iterum dico: si quis vobis evangelizaverit præter id quod accepistis, anathema sit. N.d.R.]
[9] Tit. III, 10, 11. [Hæreticum hominem post unam et secundam correptionem devita: sciens quia subversus est, qui ejusmodi est, et delinquit, cum sit proprio judicio condemnatus. N.d.R.]
[10] Matth. XXVIII, 19, 20. [euntes ergo docete omnes gentes: baptizantes eos in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti: docentes eos servare omnia quæcumque mandavi vobis: et ecce ego vobiscum sum omnibus diebus, usque ad consummationem sæculi. N.d.R.]
[11] Ibid. XXV, 34 e segg. [Tunc dicet rex his qui a dextris ejus erunt: Venite benedicti Patris mei, possidete paratum vobis regnum a constitutione mundi: esurivi enim, et dedistis mihi manducare: sitivi, et dedistis mihi bibere: hospes eram, et collegistis me: nudus, et cooperuistis me: infirmus, et visitastis me: in carcere eram, et venistis ad me. (...) N.d.R.]
[12] Iac. II, 14 e segg. [Quid proderit, fratres mei, si fidem quis dicat se habere, opera autem non habeat ? numquid poterit fides salvare eum?  (...) N.d.R.]
[13] Ioann. XVII, 20 e segg. [Non pro eis autem rogo tantum, sed et pro eis qui credituri sunt per verbum eorum in me: ut omnes unum sint, sicut tu Pater in me, et ego in te, ut et ipsi in nobis unum sint: ut credat mundus, quia tu me misisti. Et ego claritatem, quam dedisti mihi, dedi eis: ut sint unum, sicut et nos unum sumus.  N.d.R.]
[14] Ephes. IV, 15, 16. [Veritatem autem facientes in caritate, crescamus in illo per omnia, qui est caput Christus: ex quo totum corpus compactum et connexum per omnem juncturam subministrationis, secundum operationem in mensuram uniuscujusque membri, augmentum corporis facit in ædificationem sui in caritate.  N.d.R.]
[15] Luc. X, 16. [Qui vos audit, me audit: et qui vos spernit, me spernit. Qui autem me spernit, spernit eum qui misit me.  N.d.R.]
[16] Matth. XVIII, 17. [Quod si non audierit eos: dic ecclesiæ. Si autem ecclesiam non audierit, sit tibi sicut ethnicus et publicanus.  N.d.R.]
[17] Pius Papa IX in Encycl. Singulari, 17 Mar. 1856.
[18] Ser. VI, vol. VII, pag. 42 e segg., 566 e segg.

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