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giovedì 19 settembre 2013

DRAMMA DELL'ESEGESI MODERNA 5

Estratto dal libro 

MITI E REALTA'

del Servo di Dio Mons. PIER CARLO LANDUCCI(una nota biografica del Servo di Dio in fondo a questo documento)

Scaricabile in Totus Tuus
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PRECISAZIONI DA PRECISARE



   Hanno fatto un certo rumore alcuni densi articoli biblici, di precisazione, di S.E. Salvatore Baldassarri. Uno l'ho visto riportato in un vivace foglio parrocchiale di Bracciano, gli altri li ho letti direttamente nella Settimana del Clero n. 29-30, 1967. V'è chi li ha ammirati e chi li ha criticati; e penso che niente meglio desideri l'illustre studioso che alimentare la utile riflessione e problematica. Subito, ad ogni modo, vi si coglie la stringata chiarezza dell'antico dotto professore. Ma la concisione talora ha forse impoverito il pensiero. Mi riferirò a qualche affermazione che ha fatto più impressione e che è più significativa, nel quadro del dramma della esegesi moderna.

ESAMERONE

   In questo periodo postconciliare di ripensamento - si chiede S.E. B. - «che cosa resta?». E' una domanda pressante, soprattutto in relazione alla Bibbia.
   Quanto all'Esamerone: «La Bibbia espone nel modo popolare del suo tempo e del suo ambiente le cosiddette questioni scientifiche. Unica preoccupazione che rientra nel mistero della salvezza: tutte le cose provengono da Dio». - Troppo poco. Le parole da me sottolineate esprimono una verità fondamentale, ma c'è ben altro nel Genesi di «importanza sostanziale» per «il mistero della salvezza»: e il Magistero si è pronunciato più volte in tal senso, come nella Humani generis di Pio XII e nella ivi citata «Lettera... inviata all'Arcivescovo di Parigi dalla Pontificia Commissione per gli Studi Biblici». «Questa Lettera infatti ­dice la H. g. - fa notare che gli undici primi capitoli del Genesi... con parlare semplice e metaforico, adatto alla mentalità di un popolo poco civile, riferiscono sia le principali verità che sono fondamentali per la nostra salvezza, sia anche una narrazione popolare dell'origine del genere umano e del popolo eletto» (H. g. 39). Tra tali «verità fondamentali» v'è il monogenismo e il peccato originale (38). Si veda in proposito anche il Tridentino (D-S 1511, 1512, 1513, 1514, 1523), il Vaticano II (CM 24: deh. 1393; cfr. ivi 22, 29: deh. 1385, 1409; C 2: deh. 285), Paolo VI (Oss. R. 16 luglio 1966; Professione di Fede, 30 giugno 1968). Già ne parlai, trattando dell'evoluzionismo.
    Il dotto articolista cita bensì la suddetta Lettera all'Arcivescovo di Parigi (riportata nella H. g.) nel secondo articolo di Sett. d. Cl.; ma si riferisce soltanto a «la storia primitiva in genere», mentre avremmo letto volentieri e con tanta utilità una chiara riaffermazione sul peccato originale.

STORICITÀ DEI VANGELI

    Ecco poi come nel primo art. di Sett. d. Cl. è presentata la importantissima problematica attuale sulla storicità dei Vangeli: «E' difficile oggi per il Sacerdote ordinario distinguere fra ciò che si riferisce realmente a fatti avvenuti e ciò che è elaborazione dell'Evangelista... In particolare sui Vangeli dell'Infanzia ci si chiede: se la tradizione sinottica inizia con la vita pubblica di Gesù, che cosa pensare del valore storico dei ricordi di ciò che la precede?... anche sulla vita pubblica di Gesù: che cosa pensare della storicità dei detti e fatti di Gesù? E' possibile una elaborazione evangelica delle parole di Cristo che ne abbia mutato il senso?».
    Ho sottolineato le parole che lasciano perplessi e richiedono spiegazioni. L'elaborazione dell'Evangelista sembra contrapposta, come sovrastruttura non storica, ai fatti avvenuti (come infatti una certa esegesi progressista afferma). So bene che vi sono esegeti che moltiplicano in tal senso gli esempi. Ma io nego che vi sia un solo caso provato. Anzi una esegesi veramente critica sarà sempre più portata a negarlo (14).

    La tradizione sinottica inizierebbe con la vita pubblica? E allora dove li mettiamo i primi due capitoli di S. Matteo e di S. Luca? Non fanno parte della sinossi? Se si vuol parlare della predicazione apostolica iniziale, allora sì, poteva essere ben naturale che partisse dai fatti più recenti e notori. Ma tanto essi quanto i fatti dell'Infanzia venivano tratti da ricordi e testimonianze ugualmente sicure, garantite ugualmente dalla probità degli scrittori e dalla infallibile assistenza dello Spirito Santo. Quanto ai ripetuti documenti del Magistero circa la verità dei «detti» e «fatti» di Gesù (fino agli ultimi, ossia alla Intructio della P. C. Biblica del 1964, n. 2 e alla Cost. conciliare Dei verbum del 1965, n. 19: deh. 901; cfr. 11: deh. 890) è chiaro che l'Infanzia vi rientra, con importanza fondamentale.

    In merito all'elaborazione dell'evangelista e agli autentici fatti e alle autentiche parole di Cristo, l'Ecc.mo autore risponde nel secondo articolo del medesimo settimanale, opportunamente appellandosi ai suddetti due ultimi documenti del Magistero. Sottolineo le espressioni che non eliminano però le perplessità, su un punto tanto delicato.
    «I vangeli... partendo dalla vita e predicazione di Gesù, passano per la predicazione apostolica [salvo probabilmente, quanto alla primitiva predicazione, per il racconto dell'Infanzia, non meno però accuratamente attinto da sicure testimonianze: cfr. Lc 1, 3] e sono messi in iscritto secondo i diversi punti di vista dei singoli autori».
    Purtroppo quell'indeterminato «passano» e soprattutto quella generica espressione «diversi punti di vista» possono indurre a temere chi sa quale contributo personale dell'agiografo nella narrazione evangelica, capace di porre un invalicabile diaframma tra il Vangelo e i veri «detti» e «fatti» di Gesù.
    E' inutile aggiungere, per tranquillizzare, come fanno tanti esegeti, che anche le elaborazioni didascaliche e teologiche degli agiografi sarebbero state assistite dallo Spirito S. e sarebbero quindi infallibilmente vere. Resterebbe il falso di presentare tali fatti e detti come direttamente e storicamente compiuti e pronunziati da Gesù. Ciò, mentre da un lato ripugna alla infallibile verità dello Spirito Santo, dall'altro minerebbe la sicurezza storica di base della verità di Cristo e della conseguente infallibile assistenza dello Spirito S. Questa infatti non può essere logicamente affermata prima della documentazione evangelica, la cui sicurezza è condizionata alla piena obiettività della narrazione; e questa a sua volta è caratterizzata dalla obiettività delle concrete e circostanziate affermazioni.

    Molto più precisi sono i due supremi documenti del Magistero opportunamente citati. Nella Istruzione si parla solo ripetutamente di «variis dicendi modis» e si enumerano soltanto questi tipi di elaborazione, del resto ovvi, da parte degli evangelisti e dei primi predicatori: «seligentes», «synthesim», «explanantes», «alio contextu», «diverso ordine», «non ad litteram, sensu tamen retento», «variis condicionibus fidelium et fini a se intento accommodata [scelta di ciò che era adatto]». Nella Costituzione conciliare poi figurano solo le espressioni: «seligentes», «synthesim», «explanantes», «formam praeconii», insieme alla ribadita condizione che «semper ut vera et sincera de Iesu [tutto, dunque anche l'Infanzia)... communicarent».
    Solo così possono ammettersi quei «diversi punti di vista» dell'articolo. Solo così la storicità obiettiva è salva e il Vangelo è sicuro, secondo la logica, la critica imparziale, la fede.

    Nell'articolo sono esposte poi varie conseguenze, che meritano riflessione.
    «Nei Vangeli hanno fondamentale valore storico principalmente i fatti della vita pubblica, della passione, morte e risurrezione di Gesù, di cui gli Apostoli furono diretti testimoni e che essi ripeterono nella predicazione. I fatti della vita nascosta, pur essendo anch'essi basati certamente su alcune tradizioni, sono più aperti alla elaborazione teologica dell'evangelista, non avendo avuto nel kerygma una forma fissa di trasmissione». - Ora, v'è innanzi tutto da notare che il principio della ispirazione biblica e i documenti del Magistero che hanno ribadito, come fa la suddetta Costituzione conciliare, che i Vangeli riportano «vera e sincera de Iesu», non fanno alcuna distinzione tra vita pubblica e vita nascosta. Noi, quindi, come possiamo farla?
    Non è d'altra parte criticamente ragionevole il farla. E' chiaro che gli Apostoli non poterono essere testimoni diretti della storia dell'Infanzia di Gesù; ma vi era per lo meno il testimone più autorevole di tutti, la Madonna. Comunque gli evangelisti (che non furono tutti Apostoli) furono identicamente assistiti dall'infallibile Spirito Santo ad attingere alle sicure testimonianze dirette degli Apostoli e a quelle di altri testimoni sicuri (cfr. Luca 1, 3). La stessissima infallibilità si estende quindi per tutto l'arco della vita del Signore, a cominciare dall'Annunciazione sua e del Precursore.
    L'unica elaborazione teologica ammissibile è quella che poté fare meglio ordinare, sintetizzare, spiegare (come, per es., nei richiami alle profezie o nei brevi commenti personali, chiaramente indicati nel quarto Vangelo). Presentare invece come diretti fatti e detti di Gesù quelli che direttamente non lo furono, costituirebbe non una elaborazione, ma semplicemente un inganno; e quando si tratta dei fatti e detti di un Dio, che sono alla base di tutto, l'inganno sarebbe gravissimo.
    Non si vede poi che importanza avrebbe, a garanzia della autenticità e obiettività della narrazione, la concretizzazione in una forma fissa di trasmissione, quale avrebbe avuta la primitiva predicazione, a differenza della storia dell'infanzia. Se si trattasse infatti di una elaborazione di puro peso storico umano resterebbe da chiedersi se tale forma si fosse fissata o no nella verità; trattandosi invece di infallibile assistenza divina, nella scelta delle autentiche testimonianze, sia quella, sia la storia della infanzia e della vita nascosta debbono ritenersi identicamente certe.

    Anche per la vita pubblica si afferma poi: «In alcuni elementi appare già la interpretazione ispirata e la spiegazione che la Chiesa dava di essi... Tali elementi, pur non appartenendo alla storia cronistica, non si possono dire inventati, ma sono anch'essi vera storia, nel senso modernamente inteso di penetrazione della sostanza dei fatti del passato». Tali elementi «risalterebbero da un esame minuzioso». - Il guaio è che tale «senso modernamente inteso della storia» non lo era per niente in quei tempi, dove era caratteristica anzi, specialmente presso gli Ebrei, secondo la mentalità orientale, la concretezza narrativa dei fatti esteriori e dei dialoghi. Gli agiografi quindi che avessero attribuito direttamente a Gesù fatti e pensieri derivanti invece da elaborazione teologica o da artificio didascalico, senza farlo in qualche modo comprendere, o avevano la coscienza d'ingannare o erano stati ingannati: in entrambe le ipotesi non dicevano la verità, il che ripugna all'infallibile ispirazione. Gli esegeti che rifiutano questa conseguenza o dimenticano il fatto dell'ispirazione o equivocano sul concetto di verità storica evangelica. Questa - ripeto - non riguarda la verità del pensiero, come può essere vero anche il pensiero di un moderno e ortodosso trattato di teologia (aggiunta solo, per i Vangeli, la infallibilità), ma riguarda la verità della narrazione in quanto tale, in cui la concreta attribuzione di atti e parole a chi li ha veramente compiuti è essenziale, tanto più quando si tratta della divina persona di Gesù.
   E' vero che la stesura dei quattro libri s'inserisce nella nascita e crescita della comunità ecclesiale sostenuta dallo Spirito Santo. Ma mentre tale divina assistenza nella comunità ecclesiale ha operato in vista della integra trasmissione della rivelazione, negli agiografi ha operato invece in vista della fedele narrazione dei fatti che sono all'origine della rivelazione e ne costituiscono il fondamento. Mescolare le due fasi sarebbe illogica confusione.
   Quanto all'«esame minuzioso» che nei singoli casi permetterebbe la scoperta, nel quadro della esteriore narrazione, dei profondi elementi d'«interpretazione», ne ho dato più volte dei ben significativi esempi. Sul cavallo apparente della sottigliezza si galoppa, in realtà, troppo spesso nel mondo della superficialità e della fantasia.

VECCHIA E NUOVA ESEGESI

   Il ch.mo scrittore, nel primo articolo sopra citato, non aveva mancato anche di addurre, contro quella che chiama «la vecchia esegesi» sempre in cerca della «precisa concordia» tra i quattro Vangeli, il secolare accavallarsi di «soluzioni varie che lasciano più o meno insoddisfatti» e che per ciò stesso «invitano a tentare nuove vie». Egli cita, per es., le genealogie, i ciechi di Gerico, gli angeli della risurrezione, ecc.
   Ma che forse le «nuove vie» conducono a soluzioni più sicure, univoche e soddisfacenti? Non ho mancato nei precedenti capitoli di darne dei saggi.
   Perché, d'altra parte, meravigliarsi se, per concordare i testi, invece di una, vi sono più soluzioni? Anzi meglio.
   Vi sono più strade di possibile concordanza. Questa cioè con l'una o con l'altra si può ottenere benissimo. Che vogliamo di più?
   Resta l'insoddisfazione della incertezza? Si parli piuttosto di punti oscuri, che non potevano mancare in una quadruplice narrazione d'una storia così complessa, stesa in modo così breve ed episodico. La difficoltà è cioè criticamente scontata, anche alla luce della storiografia umana comune.
   L'importanza è che la possibilità di concordanza, anche se ipotetica, vi sia: e c'è. E le disparità che tanto frequentemente richiedono tale lavoro di concordanza non fanno che confermare l'autonomia d'impostazione e di ricerca dei singoli evangelisti, moltiplicando la forza della loro complessiva testimonianza.



 ALLA BASE DELLA FEDE:
VANGELI STORICI, GESU' STORICO  

BULTMANN

   E' appena credibile l'irragionevole involuzione fideista del famoso manifesto del 1941 di R. Bultmann sulla valutazione critica del kerygma, ossia della proclamazione della parola di Dio. Eppure è difficile negare l'influsso più o meno aperto della sua dottrina nell'esegesi moderna. Qualche riflessione in proposito, in quest'ultimo capitolo - preso lo spunto da un articolo della Civiltà Cattolica - chiuderà quindi opportunamente questa parte sul Dramma della esegesi moderna.
   Secondo il Bultmann «Cristo, il crocifisso e risorto, c'incontra nella parola della predicazione... Sarebbe un errore... fondare la fede nella Parola di Dio sulla ricerca storica... porre la domanda di legittimazione [della parola di Dio]... essa stessa domanda a noi se vogliamo credere o no».

   P. Silverio Zedda S. J. ha chiaro e facile gioco, in un denso articolo della Civiltà Cattolica (18 maggio 1968), nel rivendicare la esigenza di assicurarsi prima che si tratti veramente della Parola di Dio, che sia garantita cioè la sua verità storica, ossia la verità storica di Gesù. Tale esigenza - afferma limpidamente P. Z. - costituisce una ovvia riaffermazione del «valore della intelligenza umana nella ricerca di Dio e nell'accostarsi a Cristo con la fede» (355).

STORICITA' RIDIMENSIONATA

   L'ultima parte dell'articolo però - ad essere sinceri - non dà la stessa soddisfazione. Proseguendo sul filo della logica la storicità di Gesù richiede la storicità dei Vangeli. Ma per il distinto scrittore, che si fa eco di una ben nota corrente, questa storicità è vera un poco sì e un poco no.
   Ottima certo è l'idea di «procedere cautamente tra due estremi». Ma guai a trovare un preteso giusto mezzo tra la verità e l'errore, tra la solida critica ed idee preconcette: ciò specialmente su un punto così delicato e tanto più con la parvenza di seguire il Vaticano II. Vediamo un po' alcune interessanti argomentazioni.

   Secondo il Concilio dunque «i Vangeli trasmettono una predicazione orale, conservandone il carattere».
   Certamente. E questa è la ragione per cui la Tradizione ha, quanto al tempo e alla completezza, una precedenza sulla Scrittura (contro la tesi protestantica della sola Scrittura). Questa è pure la ragione del carattere frammentario, episodico e disparato (benché armonizzabile) delle multiple narrazioni evangeliche.
   Il Concilio ricorda inoltre che nella predicazione gli Apostoli ebbero «quella più completa intelligenza di cui essi, ammaestrati dagli eventi gloriosi di Cristo e illuminati dallo Spirito di verità, godevano» (R 19: deh. 901): e ciò ovviamente si riflette sugli «scritti». Certissimo anche questo.

   Ma ecco ora una infondata deduzione. Secondo l'illustre biblista ciò indurrebbe a negare ai Vangeli il genere di «pura fonte storica», a negare cioè la piena obiettività di descrizione dei «detti» e «fatti» del Signore (R, ivi).
   La logica conseguenza apparisce invece opposta, perché l'illuminazione dello «Spirito di verità» non può non aver garantito sia i primi trasmettitori, sia gli scrittori evangelici (selezionatori delle fonti), da ogni errore, sensibilizzandoli anche alla estrema responsabilità di riportare i «fatti» e «detti» del divino Redentore, così da non mescolare particolari fittizi a quelli veri e divini di Gesù e da non presentare, senza farlo comprendere, le proprie interpretazioni, anche se giustissime, come direttamente date da Gesù.
   Ciò era imposto dal rispetto sia della verità, sia della persona stessa di Gesù.

   Tali scritti - si insiste - non sarebbero comunque equiparabili a puri «documenti di archivio che presentano i fatti nella loro spoglia realtà, con l'esattezza e la freddezza della cronaca, senza un soffio d'interpretazione, di collegamento tra i fatti».
   Certo. I Vangeli, per l'epoca e per le loro caratteristiche episodiche ed occasionali, non hanno la struttura tecnica di moderni, completi «documenti di archivio». Ma ciò non può confondersi con mancanza di piena obiettività di narrazione. Questa anzi si deve nei Vangeli attendere, più che in qualsiasi cronaca umana (sia pur moderna e tecnicamente perfetta), per la speciale garanzia dello «Spirito di verità».
   Quanto alla scarna freddezza del racconto, anziché mancare nei Vangeli, ne costituisce proprio una caratteristica (preziosa conferma della loro obiettività), giacché le gesta più drammatiche, dalla natività alla passione, vi sono narrate in sorprendente forma semplice, spersonalizzata c dimessa.
   E quanto al soffio d'interpretazione, dovremo stare ben attenti a non confondere la comprensione dei «fatti» e «detti», il loro eventuale riassunto pienamente obiettivo, con l'interpretazione personale, sia pure esattissima, che gli agiografi si sarebbero permessi di presentare come parole direttamente pronunciate da Gesù. Questo sarebbe inammissibile offesa alla verità e mancanza di rispetto alla persona stessa del Signore. In realtà quando gli agiografi parlano con proprie riflessioni lo fanno capire (anche se qualche volta si può restare in dubbio).
   Nei Vangeli, proprio la mancanza di una tecnica di cronaca moderna di documenti d'archivio, mentre da un lato non infirma minimamente l'obiettività delle narrazioni di testimoni diretti o quasi, dall'altro costituisce la più bella garanzia della spontaneità e veridicità dei narratori.


IL VATICANO II

   P. Z., come era da attendersi, adduce ad avallo della tesi della «non pura fonte storica» dei Vangeli il celebre testo conciliare che esplicitamente dichiara: «Gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte che erano tramandate a voce o anche in iscritto, alcune altre sintetizzando, altre spiegando con riguardo alla situazione delle Chiese, conservandone infine il carattere di predicazione» (R, ivi). Secondo P. Z. «questo modo di raccontare i fatti non si iscrive certo tra i metodi con cui procede chi stila un documento d'archivio, che debba servire di fonte per una storia a tendenza positivista».
   D'accordo, ma solo quanto alla tecnica e alla completezza di stile moderno per una cronaca di stile moderno, non quanto alla piena obiettività di ciò che è narrato.
   Nessuna delle caratteristiche metodologiche dei Vangeli che il Concilio ha sottolineato - «scegliendo», «sintetizzando», «spiegando», «predicando» - può legittimamente intendersi come interpretazione e integrazione personale, compiuta dal narratore, dei fatti e delle parole di Gesù. E anche quanto alle illuminate spiegazioni eventualmente date dagli agiografi non si può criticamente ammettere che essi le abbiano potute presentare come direttamente pronunciate da Gesù. Sarebbe stato un inganno su un fatto di estrema importanza quale la realtà dei discorsi esplicitamente e direttamente risuonati sulle divine labbra. Un conto sono, per es., le spiegazioni delle parabole date da Gesù e un altro conto le riflessioni dell'agiografo, come quando cita le profezie realizzate o riferisce le riflessioni dei discepoli, per es. dopo la prima cacciata dal tempio (Gv 2, 17), ecc.
   Che gli agiografi effettivamente non abbiano trascurato tali essenziali differenze è confermato dal proseguimento (omesso da P. Z.) del suddetto testo conciliare: «sempre però in modo tale da riferire su Gesù con sincerità e verità». Affermazione assoluta. Chiara preoccupazione del Concilio di non fraintendere le caratteristiche enunciate.
   Equivoca, in particolare, è quella ripulsa di una «storia a tendenza positivista». Se questa tendenza s'intende come materialista è ovvio che non si trova nei Vangeli. Ma quanto alla piena obiettività della narrazione l'esigenza positivista s'identifica con l'esigenza del rigore critico, pienamente reclamato dall'esegesi cattolica.

«NOSTRAE SALUTIS CAUSA»

    Contro la «pura fonte storica» vi sarebbe poi «la ragione generale che vale per tutti i libri della Bibbia» e si troverebbe in quest'altro celebre testo: «i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità, che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle Sacre Lettere» (R 11: deh. 890).
     Secondo P. Z. pertanto «domandare ai Vangeli (e in genere alla Bibbia) un insegnamento certo, fedele e senza errore circa altre cose che non siano la verità che ha ordine (è utile, necessaria, indirizzata) alla nostra salvezza, è domandar loro quello che non hanno voluto dire».

    Pur trattandosi di un'affermazione sfumata (essendo considerato, in modo molto estensivo, che potrebbe anche essere indiretto, tutto ciò che ha «ordine alla nostra salvezza»), quelle parole che ho sottolineato delineano un'interpretazione inammissibile di questo testo: nei Vangeli cioè vi sarebbero cose erronee, al di fuori delle verità attinenti alla nostra salvezza. Di tali cose infatti nel proseguimento dell'articolo vengono date delle esemplificazioni. Si noti che non si pada di generi letterari non sto­rici (ammissibili prudentemente nell'Antico Testamento e non nelle nar­razioni evangeliche di «fatti» e «detti» del Signore, che si appellano ad accurate ricerche e a testimonianze dirette o quasi: cfr. Lc 1, 3; Gv 19, 35; 1 Gv 1, I), ma di errori.
   Questa interpretazione infatti, a parte il suo contrasto con il dogma della totale ispirazione divina della Scrittura (che la rendono «ab omni affinino errore immune»: Leone XIII, Enc. Provid., EB 127), toglierebbe ogni valore al ben noto diretto intervento del S. Padre perché nel testo conciliare non si padasse soltanto, quanto all'esclusione di ogni errore, di «ve­rità salutari». E si tornerebbe praticamente alla tesi, ripetutamente condannata dal magistero, di una ispirazione divina limitata soltanto alle «res fidei morumque» (cfr. Leone XIII, Enc. Provid., EB 124; Benedetto XV, Enc. Spir. Par., EB 455; Pio XII, Enc. Div. affl. Sp., EB 539).

   Il testo effettivamente si riferisce a tutte le asserzioni della Scrittura (intese nel loro «genere letterario») e quindi a tutto il contenuto, di cui si afferma la «verità». Basta anche solo guardare alla prima proposizione con cui inizia questo capoverso della Costituzione. Esso dice: «Tutto ciò [senza alcuna eccezione], che gli autori ispirati o agiografi asseriscono, è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo». L'affermazione sulla verità prosegue poi come conseguenza di ciò, con riferimento sempre a tutto, secondo questo filo logico: «per conseguenza... i libri della Scrittura insegnano [in tutto il loro contenuto] con certezza, fedelmente e senza errore [essendo tutto asserito dallo Spirito Santo] la verità, che Dio... volle fosse consegnata nelle Sacre Lettere [non cioè tutto lo scibile, ma solo quanto è contenuto nelle Scritture]».
   Va aggiunto l'inciso: «per la nostra salvezza». Ma esso non può contraddire all'affermazione totalitaria precedente, bensì solo additare la finalità ultima ed essenziale di tutta la Scrittura. Un conto è il contenuto (di cui è garantita la verità), un conto la finalità di tale contenuto. Quando per es. è detto che Gesù nacque a Betlemme e dimorò poi a Nazareth, tale notizia è data allo scopo di inquadrare e garantire storicamente la persona di Gesù e ricordare i riferimenti profetici, non di insegnare una pagina di geografia: il contenuto della notizia è il fatto geografico, il fine è la precisazione storica del Messia. E così di seguito.
   Del resto il medesimo inciso si ritrova, al medesimo scopo, nel testo parallelo, relativo strettamente ai Vangeli, dei quali si afferma: «senza alcuna esitanza la storicità [senza alcuna riserva]». Essi «trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, per la loro eterna salvezza [scopo di tutta la sua attività] effettivamente operò e insegnò»: trasmettono cioè i veri fatti e detti del Signore (R 19: deh. 901). L'inciso evidentemente non delimita questi fatti e detti, ma addita, di tutti, le finalità.
   Quando pertanto P. Z, deduce che «domandare ai Vangeli un insegnamento... senza errore, circa altre cose non... ordinate alla nostra salvezza, è domandar loro quello che non banno voluto dire», identifica arbitrariamente ciò che i Vangeli hanno voluto dire (in sé anche fatti geografici, ecc.) con il loro fine ultimo (soltanto salvifico); e non tiene abbastanza presente la dignità intrinseca di tutta la parola scritturale, che, quale parola di Dio, non può mai essere contaminata dall'errore.

   Tuttavia la inesatta tesi stessa dello Z. (comune a notevole parte della esegesi moderna), pienamente e coerentemente sviluppata, finirebbe indirettamente per ricadere nella totale immunità da errore. Basta che quell'ordine alle verità salutari si consideri non soltanto immediatamente e direttamente, ma anche indirettamente. Ciò risulterà chiaro da qualche ulteriore riflessione.
   In base alla sua inesatta tesi lo Z. così esemplifica (anche qui pongo dei sottolineati miei): «L'esattezza cronistica dei particolari, per esempio della successione dei fatti geografica e cronologica, si può certo esigere da una pura fonte storica, ma non dai Vangeli, se non nella misura in cui consti che la verità voluta insegnare poggia appunto sull'esattezza, sulla realtà oggettiva, di quei particolari. Almeno per parecchi casi la scienza critica sembra dimostrare (o almeno dare come la ipotesi migliore) che questa esattezza di realtà oggettiva non è il supposto necessario, inteso dall'evangelista, per il suo insegnamento di verità che hanno ordine alla salvezza».
   Questo enunciato seguita, innanzitutto, a identificare poco felicemente la «pura fonte storica» con una narrazione completa ed ordinata, la quale certo nelle narrazioni saltuarie ed episodiche dei Vangeli non si può trovare. In queste la piena storicità, ossia la piena esclusione di errore, richiede invece solo che i detti e i fatti, con tutte le circostanze positivamente affermate, siano vere. Così se è descritto il luogo e il tempo di un evento (in tale luogo, dopo tanti giorni, ecc) essi debbono essere veri. Niente invece impedisce che, senza affermare positivamente la identità di tempo e di luogo, si accostino, per analogia e per sintesi, a un evento po­sitivamente presentato in un luogo e in un tempo, altri di cui non si dicono luogo e tempo. Sarebbe erroneo invece se anche di questi altri po­sitivamente si affermasse tale luogo e tempo, mentre sono avvenuti altrove, e in altro momento. Similmente, oltre le circostanze di luogo e di tempo debbono ritenersi obiettive le altre circostanze concrete, positivamente affermate.

   Ma, soprattutto, il problema è male impostato perché implicitamente ed esplicitamente si riferisce a un «supposto necessario» della verità salvifica soltanto intrinseco e diretto. Questo può quasi sempre essere negato, per tutte le circostanze episodiche che sono accidentali, da chi restringa la verità ispirata alla sola dottrina.
  Vi è anche invece un «supposto necessario» indiretto, che consiste nella garanzia della veridicità dei detti e dei fatti del Signore, che solo può nascere dalla obiettività del narratore: obiettività il cui sigillo caratteristico è dato - quando si tratta di testimoni diretti o quasi - dalla realtà delle circostanze concrete affermate.
   Un testimone e un narratore che su eventi così grandiosi come quelli divini (e con intenti talora anche esplicitamente professati di precisione: «ho investigato accuratamente ogni cosa», Lc 1, 3) si permettesse tacitamente liberi abbellimenti e integrazioni, non avrebbe più diritto alla fiducia critica del lettore sulla sostanza stessa della sua narrazione, se non altro perché mai si potrebbe sapere quando finiscono gli adornamenti e comincia la sostanza.
   Qualche esegeta suol rispondere che questa libertà dell'agiografo deve essere necessariamente ammessa per superare le difficoltà di interpretazione e di concordanza di alcuni passi. Ma io sfido a citarmi nei Vangeli una sola di tali difficoltà veramente insuperabile: non c'è. E non ci può essere.

QUESTIONI DI BUON SENSO

    Tornando all'articolo che sto considerando, non potevo anche non attendermi e infatti ho trovato, il solito alibi che non manca nemmeno nelle esegesi anche ben più disgregatrici della piena verità storica dei Vangeli. Si afferma cioè che questa storicità ridimensionata, anziché menomare, tornerebbe a vantaggio della ricchezza del messaggio evangelico. Dice P. Z.: «Il Gesù storico di alcuni moderni scrittori, che vogliono dare... come degli altri personaggi... un ritratto di Gesù psicologico storico, con tutti i particolari di cronologia e di geografia ecc., rischia di nascondere il... Cristo Figlio di Dio... che è quello che gli evangelisti soprattutto ci vogliono dare».
   Certo una descrizione soltanto naturalistica di Gesù come di ogni altro uomo ne distruggerebbe la suprema grandezza.
   Ma ciò non ha niente a che vedere con le accurate precisazioni di modo, tempo, luogo, ecc., quali si possono avere dall'esame critico dei testi, perché esse non servono che a garantire la storicità di Gesù, senza la quale la sua divina grandezza si dissolverebbe nel sogno.
   E' una riflessione di semplice buon senso.

   Vorrei concludere rilevando che nelle ottime intenzioni di tale esegesi questa ridotta nozione di storicità dei Vangeli dovrebbe costituire anche un modo per andare incontro alle obiezioni degli avversari.
   Ma a quali avversari si pensa: logici o illogici? Non sarebbe certo raccomandabile di subordinare la nostra linea critica a pretese illogiche.

   Se si tratta pertanto di avversari logici, questa presentazione della storicità non potrà invece che allontanarli (15). 

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