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giovedì 26 luglio 2012

Esercizio di esegesi della Tradizione: da Giovanni Paolo II a Mons. Bernard Fellay


di Giovanni Servodio
   
Sono passati quasi 24 anni da quel fatidico 1988, quando Giovanni Paolo II, nelMotu Proprio Ecclesia Dei adflicta, scriveva: «La radice di questo atto scismatico [la consacrazione dei 4 vescovi della FSSPX] è individuabile in una incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione. Incompleta, perché non tiene sufficientemente conto del carattere vivo della Tradizione (…)contraddittoria una nozione di Tradizione che si oppone al Magistero universale della Chiesa, di cui è detentore il Vescovo di Roma e il Corpo dei Vescovi». 
Senza questa incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione, intendeva Giovanni Paolo II, Mons. Lefebvre non avrebbe “rotto il legame ecclesiale” col Papa.

In questo lasso di tempo è sempre più cresciuta l’attenzione per questa problematica, con considerazioni che però hanno continuato a ribadire le due diverse posizioni, quella del Vaticano e quella della Fraternità San Pio X.
Ultimamente la Fraternità, per bocca di don Jean-Michel Gleize, ha ribadito che queste concezioni divergenti circa la nozione di Tradizione hanno la loro radice in due punti di vista diversi: uno oggettivo e uno soggettivo. A partire dal Vaticano II, nella Chiesa ufficiale ha prevalso il punto di vista soggettivo, a cui si è inteso sottomettere il punto di vista oggettivo. 
Quando Giovanni Paolo II parlava dell’importanza del “carattere vivo della Tradizione”, non intendeva ricordare che la Tradizione è sempre viva, in questo caso non ci sarebbe stata divergenza con la Fraternità, ma ripeteva il convincimento che la Tradizione non possiede una sua oggettività, poiché essa è tale solo in funzione del soggetto che la trasmette, sia esso la comunità ecclesiale o il Papa stesso. Secondo questa concezione la vitalità della Tradizione sarebbe data dalla persistenza in vita di un soggetto che la trasmette, compresa l’interpretazione o l’adattamento che esso/egli volta per volta finisce inevitabilmente col fornirle; tale che non è importante l’unicità e l’oggettività della Tradizione stessa, quanto l’unicità e la soggettività del soggetto, «dell’unico soggetto-Chiesa… che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino», come affermato da Benedetto XVI nel discorso alla Curia del 22 dicembre 2005.

Questa diversità di “nozione” è stata ultimamente ribadita dal Superiore Generale della Fraternità San Pio X, Mons. Bernard Fellay, nell’omelia che ha pronunciato a Winona, USA, il 2 febbraio scorso. «In altri termini, questo significa che essi danno un altro significato alla parola “tradizione” e forse alla parola “coerenza”» … «È per questo che nei nostri colloqui dottrinali con Roma noi eravamo, per così dire, bloccati. In questi colloqui con Roma, la questione chiave era in definita quella del Magistero, dell’insegnamento della Chiesa» … «Se loro accettano i principi che abbiamo sempre sostenuto, è perché questi principi per loro significano ciò che loro pensano, e che è in esatta contraddizione con ciò che affermiamo noi. Credo che non ci si possa spingere oltre nella confusione».

Insomma, dopo 24 anni sembra che non sia cambiato niente, ci troviamo ancora fermi a quanto affermato da Giovanni Paolo II, ad “una incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione”, una nozione che, da parte della Fraternità, non terrebbe “sufficientemente conto del carattere vivo della Tradizione” e che, da parte di Roma, guarderebbe alla Tradizione come ad un complesso di insegnamenti che crescono e si sviluppano nel tempo.
Ora, per quanto a prima vista possa apparire contraddittorio, c’è da dire che entrambe le nozioni, dal loro rispettivo punto di vista, sono giustificate e coerenti. Dal punto di vista oggettivo, che è quello della Fraternità San Pio X, la Tradizione è un quid che impone al soggetto che la trasmette una coerenza che trascende il soggetto stesso: essendo la Tradizione la guida formativa del soggetto. Dal punto di vista soggettivo, che è quello del Vaticano, la Tradizione è un insieme di indicazioni che via via il soggetto esplicita in funzione del tempo: essendo il soggetto vivente nel tempo il fine ultimo della Tradizione. 
In altre parole sembra che, essendo la Tradizione funzionale all’uomo, e cioè ad un soggetto, tale funzionalità è possibile che si realizzi in due modi: in senso discendente, con la Tradizione che informa di sé il soggetto rendendolo conforme al principio immutabile di cui è espressione, o in senso ascendente, col soggetto che informa di sé la Tradizione rendendola conforme alla mutabilità dell’esistenza. In entrambi i casi il rapporto fra Tradizione e soggetto sarebbe mantenuto, ma secondo una logica inversa. 
È questo il punto cruciale della questione.
Si è d’accordo sul principio che la Tradizione è funzionale al soggetto, ma in un caso, oggettivamente, è la Tradizione che fa il soggetto, nell’altro caso, soggettivamente, è il soggetto che fa la Tradizione.
Ecco perché Mons. Fellay può affermare: «Siamo d’accordo sul principio, ma ci rendiamo conto che la conclusione è contraria. Grande mistero!».

Questa annosa questione sembra non avere soluzione, se non quella già indicata da Giovanni Paolo II: non opporsi “al Magistero universale della Chiesa, di cui è detentore il Vescovo di Roma e il Corpo dei Vescovi”, tale che il dilemma tra oggettività e soggettività verrebbe meno, non perché risolto, ma perché negato. 
Quando Giovanni Paolo II affermava che il Vescovo di Roma e il Corpo dei Vescovi “detengono” il Magistero, e quindi non può esistere una nozione di Tradizione che si opponga a questo Magistero, sosteneva semplicemente che Tradizione, Magistero e Vescovo/i, sono tutt’uno, e che quindi non esiste un rapporto condizionante fra Tradizione e Magistero, tale che la prima, oggetto attivo, imponga al secondo, soggetto passivo, la funzione di “trasmettitore”. Se il soggetto “detiene” l’oggetto, è inevitabile che questo secondo non esista più nella sua oggettività, se non attraverso la soggettività del primo. Vale a dire che il Magistero è l’unico criterio della Tradizione. Ma, in questo modo, non avendo lo stesso Magistero, di per sé, alcuna oggettività, in quanto essa è negata a priori, l’unica cosa che rimane, in perfetta coerenza, è la soggettività del Vescovo/i. In ultima analisi, la Tradizione, e il Magistero stesso, si identificherebbero con l’unico soggetto reale che ha la connotazione di “vivente”: il Papa e il Corpo dei Vescovi: sarebbero essi il Magistero e la Tradizione.

L’inversione è così realizzata: il Papa e i Vescovi non “trasmettono” più la Tradizione, che è altro dal loro esistere, ma “sono” la tradizione, tale che questa non si possa più considerare un “dato” da “trasmettere” lungo l’esistenza e aldilà di essa, bensì il frutto di questa stessa esistenza; fino al punto che si è costretti a concludere che in questo modo la Tradizione non esiste, perché, una volta eliminato l’oggetto da trasmettere, non può esistere per definizione.

Cosa rimane, dunque? Rimane solo la mera trasmissione, cioè l’azione soggettiva del trasmettitore, la quale, priva di oggetto da trasmettere, si risolve in qualcosa di fine a se stessa, fondata solo sulle esigenze che scaturiscono dall’esistenza del soggetto stesso. È questo che dal Vaticano II a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI si usa chiamare “tradizione vivente”.

Potremmo anche dire che non siamo più di fronte all’amore di un soggetto per l’oggetto amato, ma all’amare praticato da questo stesso soggetto come esercizio auto-appagante. Non più all’amore del soggetto uomo per Dio e quindi per i fratelli, ma all’esercizio dell’amare che, in se stesso, può prescindere da Dio e dai fratelli. 
Non si ama l’oggetto dell’amore, ma l’amore stesso, rendendolo così sterile. 
Non si trasmette più l’oggetto della Tradizione, ma si pratica una trasmissione priva del suo oggetto: una trasmissione sterile… una tradizione vuota. 





febbraio 2012

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